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Alla ricerca del tempo perduto

di Pina Calabrò

Erano le estati che a me, bambina, mostravano cosa fosse la partecipazione.

Nel natio borgo non erano molti i modi per riempire le serate. Qualche passeggiata tra i refoli serali, qualche chiacchierata con le amichette, il gossip degli adulti inframezzato da una paludata tv in bianco e nero. Ben venivano i diversivi che animavano il clima dormiente tra l’afa e le zanzare.

Una possibilità- la più frequente- era quella dell’oratorio che offriva spazi a buon mercato per giochi, balli e qualche farsa preparata come fosse Pirandello ma era solo una grossa, fragorosa barzelletta.

La seconda, a me progressivamente più gradita era il comizio. Bastava la parola, non era incontro, discussione, campagna elettorale. Era il comizio alfa ed omega della politica sul territorio.

Il comiziante aveva il compito di intrattenere, blandire, urlare, solleticare. E doveva esserne capace. Mica era da tutti gestire il comizio in quel Sud che cominciava appena a liberarsi dall’analfabetismo.

Gli astanti battevano le mani in determinati passaggi. Anche quello faceva parte della partitura, erano sempre gli stessi a far partire l’applauso.

Capitava anche qualche contestazione o qualche provocazione su cui il comiziante si giocava moltissimo perché gli toccava autocontrollo e capacità di risposta e gestione dell’evento.

Era, insomma, un accadimento interessante al di là del contenuto espresso dal palco, una rappresentazione corale.

Poi qualcuno chiuse le sedi. Meglio tagliare i centri di spesa e privilegiare poltrone e talk show.

La politica divenne distante. Propinata nelle noiosissime tribune politiche vere liturgie di Morfeo, o letta sulle pagine di un leggio, una minestra riscaldata, priva di patos ed eros. Comunicazione ingessata buona per le mummie del museo.

Quanto apprezzo chi parla a braccio. Vuol dire che ha qualcosa da dire. Ma nel vuoto rimasto si può inserire anche chi ha poco da dire ma molto sa urlare. I tipi da spiaggia fanno politica sdoganati dal ventennio berlusconiano a suon di discoteche e celodurismi. E piacciono alla casalinga di Voghera e al tassista di Roma.

Ecco, bisognerà riempire quel vuoto e si potrà partendo dai territori che tanto hanno ancora da dire in termini di risorse ed energie umane, nonostante il drammatico spopolamento. I social non bastano. Figli della velocità educano alla semplicità se va bene, ma più alla superficialità e hanno dato status di opinionista a che manca dell’abc. Affidandosi solo ad essi si perde facile.

La parola sede sa di casa, sa di contatto, sa di condivisione, di proposta. MI SEMBRA PROPRIO UNA BELLA PAROLA.

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