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Belmonte Calabro, l’integrazione e tutti i borghi che non vogliono morire

pubblicato su ALGANEWS il 4 luglio 2019

“Crossing”, letteralmente “ attraversamento”. È stata chiamata così quest’anno l’iniziativa messa in campo dall’Associazione La Rivoluzione delle Seppie di Belmonte per riportare in vita il borgo ormai spopolato.
E lo si fa ripartendo dalle “ persone” mettendo in comune esperienze, sentire, emozioni di variegata umanità appartenente a culture diverse.
Perché i borghi calabresi non vogliono morire.
Nel terzo anno della loro avventura per una settimana consecutiva a partire dal prossimo 15 luglio studenti, professori, esperti, appassionati di storia, arte e persone comuni, popoleranno le stradine di Belmonte Calabro.
Belmonte, borgo posto su un’ altura a dominare sul mare Tirreno in provincia di Cosenza.
Stradine che si inerpicano memori di clangore delle armi, quando la Storia si costruiva e non si subiva.
Il sole a baciare il selciato in ogni stagione dell’anno, a parlare dei suoi ritorni nella terra degli abbandoni, a splendere signore e sovrano, a illuminare il cielo tetto del falco.
Il Silenzio è imperatore in queste valli dove scorre il tempo lento come l’ acqua che scende in rivoli primaverili nel greto stanco di Storia del torrente che le attraversa.
Silenzio….mentre si sale verso il regno che fu degli angioini che gli diedero il nome di quel maresciallo del Regno di Napoli Drogone di Beaumont che nel 1270 fondò il castello. O forse il nome è ancora più antico :” bellimontum( monte bello) ,latino appunto, un “monte”, “bello” per via della posizione dominante sia sul mar Tirreno che sulla vallata del fiume Verre.
Una rocca a difendere dagli invasori provenienti dal mare, a parlare con Dio nel suo protendersi verso le nuvole, a celebrare la bellezza di una terra che si specchia nel mare.
Quando la Storia muore perché l’uomo la uccide, restano i ruderi, restano i sassi a racchiudere dentro la loro anima le voci di fantasmi antichi che non vogliono, unici eroi, abbandonare mura e ricordi.
Uno sperone di montagna con in mezzo una stradina timida, a chiedere permesso a quella roccia eterna, orgoglioso marchio di Dio , arida e sola a parlare tra sé e sé di secoli di Storia.
Silenzio è la parola dei borghi calabri, quelli che vivono lo sprazzo dell’estate e d’inverno chiudono gli occhi su un oblio imposto.
In quel silenzio, però, si odono i cavalli galoppare, risa di bimbi e pianti di giovani donne ad aspettare guerrieri, a temere guerrieri, ad amare guerrieri.
Si sentono a pelle i sogni nati, creati e infranti sul selciato calpestato dai vili, dai morti, dai vivi.
Silenzio, la valle sopra il Tirreno si apre maestosa a dire : _ Son qui…da sempre….inaccessibile e bellissima… Non per voi…._
Silenzio è un antico maniero a ricordare vestigia, una piazza, un vicolo, una fontana, un albero privo di foglie come le strade prive di bimbi.
Sembra tutto fermo a ieri. Immoto, struggente, bellissimo.
Questo silenzio è stato captato dall’Associazione “ la Rivoluzione delle Seppie”
Da tre anni si è manifestata concretamente la volontà di fare rivivere il borgo. La volontà e l’amore hanno generato un piccolo miracolo.
Chiesta e ottenuta la collaborazione di realtà nazionali e internazionali come la London Metropolitan University, l’Università di Reggio Calabria, il collettivo Orizzontale e la comunità Belmonte in Rete.
Una sinergia inusuale nell’epoca dell’individualismo sfrenato che sacrifica sull’ara della inconcludente superbia istituzionale ogni anelito di riscatto.
E la collaborazione ha già portato frutti insperati.
È stata riqualificata la Biblioteca Comunale durante l’ultima edizione.
Quest’anno per 7 giorni i partecipanti si incontreranno allo scopo di reinventare gli spazi del centro storico perché gli abitanti possano usufruirne.
Toccherà all’ex Casa delle Culture comunale ricevere attenzione e cura.
Il Workshop è concepito come una sorta di cantiere itinerante nel quale studenti progettano e realizzano insieme ai migranti e alle maestranze locali la sistemazione di strutture attraverso un processo di coesione sociale.
Progetto ambizioso e di grande spessore per due motivazioni non indifferenti:
1) si rinasce solo attraverso la Cultura, che aggrega, unisce e rende possibile ogni comprensione. Le seppie che si difendono attraverso l’inchiostro della Cultura al posto della triste famosa “piovra” il cui marchio esportiamo.
2) I protagonisti principali della operazione di riqualificazione sono i migranti dei centri accoglienza che accorrono da paesi vicini come Amantea e Longobardi per dare il loro contributo.
Nell’epoca dei proclami, della caccia agli untori, inequivocabilmente e per antonomasia, ormai, immigrati, il progetto appare avveniristico e, forse, anche utopistico.
Ma i fautori sono convinti che i borghi spopolati possono tornare in vita attraverso l’integrazione
“ sfruttando “ in senso positivo, proprio le risorse umane arrivate dall’esterno.
Nel comunicato stampa diffuso per dare cassa di risonanza alla iniziativa si legge” Crossings è un progetto che attraverso una concezione di architettura e arte socialmente impegnata mira a sollevare l’attenzione su due fenomeni: lo spopolamento dei borghi calabresi e i fenomeni migratori interni al Mediterraneo, che vengono qui accordati suggerendo di mescolare le culture come strumento di trasformazione sociale e spaziale. Nella sua programmazione e nelle sue esperienze, Crossings punta ad includere la comunità locale e i migranti in modo da promuovere la Calabria come terreno fertile e attrattivo per iniziative creative e sociali”
“Crossing”, quindi, un attraversamento totale nelle coscienze e nei modi di essere e rapportarsi.
Bello udire parole che richiamano storie, vissuti, culture diverse eppure unite sotto l’egida della Cultura che mai omologa ma accetta e fa cooperare.
Il rettore dell’Università di Reggio Calabria asserisce che l’iniziativa ha una duplice valenza: far conoscere borghi stupendi per paesaggio, storia e ricchezze architettoniche e, al contempo, contribuire alla loro rinascita sociale attraverso la fruizione dei luoghi al passo coi tempi.
Nel Silenzio si sente la gratitudine dell’antico borgo, e il nostro essere spazia, vola, penetra in ogni pietra, in ogni anfratto curioso di noi, di un “chi siamo stati” che diviene orgoglio del “chi siamo”.
Ci si accorge che ogni pulviscolo di polvere incontrata vuole parlare, vuole raccontarci di sé.
Questi Paesi sono il nostro passato, sono il nostro retaggio, sono il nostro DNA.
Abbandonarli è un po’ condannarli a morte, come morire noi stessi.
Si può morire di tedio, di inedia…di Silenzio.
Tende la sua mano il Paese arroccato sulla rupe.
Hanno stretto quella mano, lo hanno ascoltato, hanno sentito la sua voce.
Ora sanno tutti che il borgo, ogni borgo calabro, non vuole morire.

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