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Dal ricatto al riscatto

Ho aderito all’appello del movimento “10 idee per la Calabria”. L’ho fatto, convinto, come sono sempre stato, che di idee per cercare di sollevare la nostra regione dalla deriva in cui è costretta forse ne necessita qualcuna in più. L’importante, mi sono detto tuttavia, è comunque cominciare da qualche parte! Perché forse, la prima tra tutte le questioni, davanti al dramma della Calabria, è proprio quella di riuscire a mettere insieme individui che, aldilà di ogni individuale provenienza politica, culturale, religiosa, sociale…, siano animati e guidati, ancor prima che dalle specifiche competenze, dal buon senso dettato dall’intelligenza. Solo se animati da un tale spirito, infatti, si può coltivare una speranza, pur e proprio perché consci della tremenda situazione che bisogna affrontare. Del resto, di propositi più e meno edificanti pare essere animata l’intera classe dirigente del Paese tutto, salvo poi riservare sconfortanti sorprese che, solo nel migliore dei casi, si scopre essere frutto di mera incompetenza. Il più delle volte, invece, si può e si è costretti a parlare di mero dolo, messo in atto in associazione a delinquere con altri soggetti. Ed a nulla valgono i fiumi di parole, dette e scritte, nel tentativo di attenuare o esasperare ciò che è una semplice realtà oggettiva. L’effetto che provocano, infatti, è solo di offendere, appunto, il buon senso intelligente di milioni di persone. Ecco spiegato, specie in una regione come la Calabria, che un soggetto che pretende di presentarsi alla gente come alternativa di reale cambiamento, non può e non deve prescindere dall’affrontare, senza infingimenti, la realtà. E la realtà calabrese, è fatta anche di ‘ndrangheta. Nessuno si senta offeso!  Ed è una questione, questa della criminalità organizzata, che deve essere affrontata a viso aperto, senza remore, non demandando ad altri ciò che prima di tutto deve essere affrontato da noi cittadini calabresi. Sono convinto, infatti, che nessun cambiamento positivo per questa terra sarà mai possibile, se non si terrà conto di quella che io considero “la madre di tutte le nostre iatture”.

È anche fin troppo facile, procedere ad elencare gli ambiti della società calabrese all’interno dei quali il sistema mafioso nostrano esercita la propria egemonica e scellerata influenza. E’ un esercizio, una sorta di mantra per tentare di pseudo purificarsi coscienza ed immagine, che oramai hanno imparato a recitare in molti, persino quelli che con la ‘ndrangheta flirtano d’abitudine consolidata. Ecco perché, una iniziativa come “10 idee per la Calabria”, che si propone di essere in netta discontinuità rispetto a quanto visto sinora nello scenario socio politico calabrese, non può e non deve prescindere dall’assumere iniziative nette e rigorose rispetto alla questione di che trattasi. Io credo, e nessuno me ne voglia per questo, che nessun calabrese possa non ritenersi in qualche modo “responsabile” dell’affermarsi, nella nostra regione, di un tale tipo di sistema. Non fosse altro, per il solo fatto di non prendere pubblicamente una netta posizione contro. Ciò non significa, che io non sia consapevole della estrema difficoltà nell’assumere, specie singolarmente, determinate posizioni. Per una infinità di motivazioni, ne sono consapevole, tutte altrettanto valide, che partono dal timore per la propria incolumità personale e per quella dei propri cari, fino ad arrivare alla “convenienza” di poter condurre una esistenza “normale”, come in tante altre parti del mondo. E, del resto, sono altrettanto consapevole che c’è una moltitudine di nostri conterranei che si indigna, soffre nell’assistere alle brutture di cui la mafia nostrana ed i suoi fiancheggiatori si rendono artefici, ma non possono fare altro che chinare il capo. Non c’è nulla da biasimare, si badi bene, per tali comportamenti: i singoli combattenti sono destinati ad avere poca fortuna e, alla fine, forse risultano essere un motivo di ulteriore pena per la società tutta.  Ma se tutto ciò ha una giustificazione rapportata al singolo individuo, che si muove ed agisce singolarmente, non ha motivo di essere se ad agitarsi è una certa quantità pensante di uomini e donne. Si tratterebbe di Resistenza, nell’accezione più alta del termine!

La politica regionale ed in buona parte anche quella nazionale, fatte le dovute eccezione, ha sempre avuto una sorta di imbarazzo nell’affrontare gli argomenti legati alla criminalità organizzata. Si dice, ad esempio, che parlare di mafie, specie nei territori in cui il fenomeno trae origine, non porti consenso elettorale. Ma, come è noto, non si vede quale diverso atteggiamento avrebbe potuto assumere la politica. Stante le molteplici commistioni e condizionamenti con la ‘ndrangheta, da rintracciarsi in ogni schieramento, che sono emersi nel corso degli anni. Tuttavia, dire che la Magistratura è arrivata a scoperchiare verminai, all’interno dei quali politici e mafiosi convivevano in una tragica armonia, è un dato di fatto incontrovertibile. Non lo è altrettanto, purtroppo, poter affermare che la società calabrese, e dunque la sua classe dirigente, siano mai arrivati prima della Magistratura nel “denunciare” tali armoniose convivenze. Anche quando erano e sono sotto gli occhi di tutti. Anche quando umiliavano ed offendono tutti noi!

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