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Il rosario dei miei nonni

di Felice Foresta

Nessun retropensiero politico o partitico. Non ho stima di quanti strumentalizzano la fede. Mi auguro che il senatore Morra volesse dire altro. E, soprattutto, mi auguro che chiarisca. La Calabria ha bisogno di una narrazione più equilibrata.

Senatore Morra, non so se sia vissuto in Calabria. So che il suo nome evoca un gioco e mi auguro che, questa volta, abbia solo voluto giocare con le parole. E altro sia il senso del suo dire. La sua infelice sortita sull’accostamento fra sacro e profano in Calabria m‘indigna come figlio di questa terra, e anche come nipote. Come nipote? Si starà chiedendo. Già, come nipote. Vede, i miei nonni abitavano a Isola di Capo Rizzuto e, ogni sera, si radunavano davanti al braciere. Non bruciavano immaginette, però. Dicevano soltanto il Rosario, con devozione e trasporto. Forse avranno pure commesso qualche peccato. Come me, come tutti. Non saranno stati cristiani perfetti. Tuttavia, non sono mai stati mafiosi. Come quasi tutti i calabresi che pregano e si rivolgono alla madre di Cristo. Glielo assicuro. Non metto una foto in questo post perché farei loro del male. Non lo meritano loro, e non lo merita la loro memoria. Accludo, accanto la braciere, invece, una foto dell’alba che si coglie a Isola di Capo Rizzuto. Magari infonde un po’ di speranza, specie dopo la magra figura di un governo che doveva cambiare tutto e che, invece, è finito in frantumi molto presto. Accludo pure la foto di uno scorcio di Polsi. Dove c’è una Madonna dal volto bellissimo (non posto neppure questa per rispetto). Dove ho portato anche i miei figli (uno è ritratto di spalle). Per far conoscere loro quanto più possibile della Calabria. Pure per farli pregare. Certo. Ma anche per far vincere loro uno dei grandi limiti dell’uomo: il pregiudizio.

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