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LA DEMOCRAZIA NEL TEMPO CHE VIVIAMO

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di Francesco Costantino

Gli accadimenti più recenti nella politica nazionale ci costringono a riflettere e a cercare di capire perché in Italia le soluzioni alle crisi ricorrenti si indirizzano diversamente che altrove.
Provo anch’io a riflettere.
Nessuno che abbia voglia di guardare in faccia la realtà potrà mai pensare che milioni di uomini possano essere governati con forme di democrazia “Ateniese”; nelle democrazie moderne più avanzate si tratta solo di poter influire sulla composizione delle oligarchie decidenti.
Dunque, contribuire effettivamente con il voto alla formazione delle assemblee parlamentari alle quali attingere per la composizione delle anzidette oligarchie deve essere considerato già un buon risultato democratico.
In Italia, nel contesto delle democrazie occidentali, ciò accade meno che altrove e, sempre più spesso, le situazioni di crisi vengono affrontate ponendo al vertice delle oligarchie governanti tecnici più o meno carismatici individuati autonomamente, intuitu personae, dal Presidente della Repubblica per formare governi cosiddetti istituzionali.
Sono nati così negli ultimi 28 anni, a partire dal 1993, dapprima il governo Ciampi, dopo meno di 2 anni il governo Dini e nel 2011 il governo Monti rimasto in carica per poco più di 17 mesi. Per questi governi ognuno potrà esprimere il proprio giudizio storico.
Ora, al termine di una sconcertante prova di inadeguatezza delle forze politiche in campo, da qualunque angolazione la si guardi, è giunto il turno del governo Draghi per il quale, in attesa dell’avvio dell’azione concreta, possono essere espressi solo auspici.
La domanda che val la pena porsi riguarda il perché ciò accade solo in Italia e perché ricorre così frequentemente la necessità di portare alla guida del governo uomini non eletti dagli italiani.
Ci può essere un collegamento con ciò che è accaduto nell’immediato dopoguerra con la ricostruzione del Paese attraverso l’impiego delle risorse finanziarie del Piano Marshall, i conseguenti condizionamenti sulla politica interna e le scelte delle formazioni governative?
E se questo collegamento lo si riconoscesse, sarebbe ora possibile ipotizzare che le risorse finanziarie europee del Recovery Fund impediscano ancora agli italiani, concretamente, di scegliere liberamente da chi farsi governare per i prossimi 30 anni?
Non credo che la risposta fornita a questo quesito costituisca un problema secondario sul rango da assegnare alla qualità della democrazia nel nostro Paese.
Per il resto, una volta accettata la scelta di farsi governare per stato di necessità da un tecnico non eletto, penso che il Presidente Mattarella non potesse fare scelta meno indolore.
Buon lavoro allora Presidente Draghi, ma non dimentichi di tenere in mente i vincoli che l’Europa ha posto affinché i fondi concessi vengano effettivamente erogati, e non acconsenta che altre forze tentino di mutare la destinazione obbligata delle risorse perché questo una parte consistente della popolazione nazionale non potrebbe più tollerarlo.
E, soprattutto, ricordi a chi continua a non volerlo comprendere che questo è un interesse di tutti gli italiani e non di una sola parte.
Dunque, messa al primo posto della sua azione di governo la soluzione della emergenza pandemica, voglia Presidente utilizzare i fondi disponibili ed orientare le sue scelte politiche per realizzare il riequilibrio territoriale atteso da un tempo ormai secolare in tutti i campi, e per attenuare le ormai insopportabili diseguaglianze sociali in termini di reddito disponibile, di opportunità di lavoro e di possibilità di godere dei servizi pubblici.
In sostanza, l’auspicio è che si dia finalmente attuazione concreta al dettato della Costituzione sulla quale Lei, Presidente Draghi, dovrà giurare prima di cominciare a governare.

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