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L’autonomia dei furbi

L’ultimo nuovo inizio della questione autonomie regionali si è avuto con la riforma costituzionale del 2001, sottoposta a referendum confermativo il 7 ottobre dello stesso anno. Riformulando l’art. 116 è ora consentito alle regioni, previa intesa con lo Stato, una potestà legislativa concorrentesu materie un tempo esclusivamente riservate al Parlamento. Dopo un lungo periodo di incubazione, il 2 febbraio 2018, pochi giorni prima delle elezioni generali del 4 marzo che hanno prodotto l’attuale governo giallo-verde, il governo Gentiloni ha raggiunto con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, una pre-intesa su cinque materie: politiche del lavoro, istruzione, salute, tutela dell’ambiente, rapporti internazionali e con l’Unione Europea. In ciascuna delle tre distinte bozze d’accordo si stabilisce che le risorse economiche aggiuntive da destinare a queste regioni per i nuovi compiti assegnati siano determinate sulla base di fabbisogni standard “in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturato nel territorio regionale”. Fisserebbero, cioè, un principio inedito nella storia italiana perché per la prima volta il finanziamento dei servizi sarebbe rapportato, oltre che alla popolazione residente, al gettito fiscale prodotto in quel determinato territorio. Istruzione e salute, in particolare, sarebbero finanziati in misura più elevata nelle regioni dove il reddito è maggiore. Sarebbe la fine dell’universalismo del Servizio Sanitario Nazionale, fondato sin dalla sua istituzione nel 1978 sui principi di universalità, uguaglianza ed equità. Anche più gravi potrebbero essere le conseguenze sull’istruzione. Il Veneto chiede che spetti alla legge regionale disciplinare ruoli, determinare la consistenza organica e finanche stipulare contratti collettivi dal valore a questo punto regionale. Gli accordi conclusi dal governo Gentiloni, ma avviati già dal governo Renzi (come ha precisato il sottosegretario per gli Affari Regionali, Gianclaudio Bressa, che ha trattato con le regioni per conto dello Stato), diverranno leggi una volta approvati dalle Camere che non hanno possibilità di emendarli e potranno soltanto ratificarli o respingerli. A questo riguardo il contratto di governo Lega-M5S, a dispetto delle bizze pentastellate degli ultimi mesi, è un impegno delle parti a portare a “rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte”. Veneto e Lombardia, in particolare, chiedono maggiori risorse pubbliche rispetto a quelle oggi spese dallo Stato sui loro territori. Nel novembre 2017, più esplicitamente, la regione Veneto ha approvato un disegno di legge in cui chiede che vengano reinvestiti sul suo territorio i nove decimi dei tributi che vengono riscossi. È del tutto evidente che trasferire a queste regioni una quota maggiore dell’attuale implica la riduzione di quanto è attualmente trasferito alle altre. Verrebbero dunque accentuate le già esistenti diseguaglianze regionali e Gianfranco Viesti ha pertanto a buon titolo parlato di secessione dei ricchi. Non c’è del resto ragione per arrestare questo criterio di ripartizione delle risorse al livello delle regioni. Vi sono provincie e comuni che versano più di quanto non ricevano. Milano potrebbe chiedere che resti in città più di quanto non accada oggi e i suoi quartieri centrali potrebbero fare altrettanto nei riguardi delle periferie.

Tutto questo in astratto perché già oggi è evidente che i servizi pubblici nel Mezzogiorno sono ben lontani dagli standard nazionali e non vi è uniformità di spesa su tutto il territorio nazionale. Anche escludendo la componente previdenziale, assai minore al Sud in quanto minore è la quota di occupati che matura il diritto alla pensione, la spesa pubblica complessiva è significativamente più bassa nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord. Una forbice che si è andata ampliando tra il 2007 ed il 2016 quando la spesa pubblica pro-capite si è ridotta del 2,3% nel Mezzogiorno ed è cresciuta del 2,2% nel Centro-Nord. Nelle regioni meridionali si spendono 6.886 euro per abitante contro i 7.629 euro del Centro-Nord, ovvero il 10% in meno (Rapporto Svimez 2018), senza poter trascurare che al Sud la spesa pubblica alimenta consistenti importazioni dal Centro-Nord, molto più̀ di quanto non accada con le importazioni dal Sud nelle regioni settentrionali, perché è in queste ultime che è concentrata la produzione nazionale di beni e di servizi.

Fatta 100 la media nazionale, la spesa sanitaria corrente per abitante nel Centro-Nord è 101,8 e 96,5 nel Mezzogiorno. In Calabria, la regione dove si spende meno, il rapporto vale 93,7 (Istat, Health for All – Italia). L’indice di emigrazione ospedaliera, cioè la percentuale di dimissioni operate fuori dalla regione di residenza, nel 2017 è stato in Calabria del 20,5%. Un calabrese su cinque, cioè, ha dovuto, e forse sarebbe meglio dire potuto, ricorrere a cure sanitarie fuori dalla propria regione. (Elaborazione Istat su dati Ministero della salute). Ciò si traduce in un debito per le casse regionali che supera i 300 milioni di euro l’anno. Meno evidente la disparità nella spesa per l’istruzione e la formazione. Nel 2016 la spesa pubblica in percentuale del PIL è stata del 2,8 nel Centro-Nord e del 5,7 nel Mezzogiorno (in Calabria addirittura del 6,3%) ma bisogna tener conto che il PIL pro-capite meridionale è inferiore di oltre il 44% (in Calabria è soltanto poco più della metà) rispetto alle regioni del Centro-Nord e che la popolazione in età scolare ha un’incidenza maggiore nelle regioni meridionali (Istat – Conti economici territoriali).

Già oggi, dunque, lo Stato spende meno per gli Italiani che abitano a sud della Penisola rispetto a quelli che vivono nel Centro-Nord. Dobbiamo tuttavia essere chiari: la forbice nella spesa pubblica non è in grado, da sola, di dare conto dell’enorme divario nella prestazione dei servizi, in particolare sanitari, tra le diverse regioni. C’è una responsabilità della classe dirigente meridionale che non può essere nascosta.

C’è un altro aspetto di questa riforma che deve essere smascherato. L’obiettivo dichiarato è quello di disporre localmente di una maggior quota del cosiddetto “residuo fiscale”. Il residuo fiscale, tuttavia, è soltanto una stima, non un dato oggettivo. Si ottiene sottraendo dalla spesa pubblica complessiva che ha luogo in un territorio l’ammontare del gettito fiscale generato dai contribuenti residenti nello stesso territorio. Se la differenza è negativa, quel territorio riceve meno spesa rispetto alle tasse versate. In Lombardia il residuo fiscale 2016 è stato di -53,9 miliardi, in Veneto di -18,2 miliardi, in Emilia-Romagna di -17,8 miliardi (CGIA Mestre). Il Mezzogiorno ha nel complesso un residuo evidentemente positivo. Di 4,7 miliardi è quello della Calabria, che con la Sicilia condivide il primato del più alto residuo. Il gettito fiscale non tiene però conto delle differenze fra il luogo in cui si paga il tributo e quello in cui il reddito è stato prodotto. Molte aziende lavorano e producono nel Mezzogiorno ma hanno testa e sede legale a Nord. Prendiamo, ad esempio, le banche. Nel 2017 Intesa Sanpaolo ha versato allo stato tra imposte e tasse 1,6 miliardi di euro. Mille e cento delle sue filiali, su un totale di 4.694 punti operativi in Italia, sono distribuite nel Mezzogiorno. Intesa Sanpaolo ha sede legale a Torino e, pertanto è al Piemonte che, con il criterio del residuo fiscale, andrebbe in larga parte assegnato anche il contributo all’erario che è frutto del lavoro delle filiali meridionali della banca. Ma non basta: il gruppo bancario nel 2017 ha staccato dividendi per 3,6 miliardi di euro che sono stati ripartiti fra i soci in ragione della loro quota azionaria. I principali azionisti di Intesa Sanpaolo sono la Compagnia di Sanpaolo (7,22%) e la Fondazione Cariplo (4,68%). La prima, che ha sede a Torino, ha ricevuto 210 milioni di dividendi e ha versato a sua volta 45 milioni di imposte allo Stato; la seconda, la Fondazione Cariplo, che ha sede a Milano, ha ricevuto 136 milioni di dividendi e ha versato 68 milioni di imposte allo Stato. Anche questo gettito fiscale dovrebbe in gran parte restare, secondo il criterio del residuo, in Piemonte e in Lombardia. E se non bastasse le due fondazioni sono impegnate a sostenere attività di pubblico interesse erogando contributi a favore di soggetti meritevoli che sono prevalentemente concentrati nelle due regioni di appartenenza storica. Nel 2017 la Compagnia di Sanpaolo ha erogato 151 milioni di euro e la Fondazione Cariplo 106 milioni. Lo stesso meccanismo vale per tutte le banche italiane, come Unicredit che ha sede a Milano e UBI che ha sede a Bergamo, mentre il Mezzogiorno non ha più una sola banca di rilevanza nazionale. La Calabria, in particolare, ha il più basso tasso di bancarizzazione in Italia e il suo mercato del credito è in massima parte controllato dall’esterno. Sono soltanto 8 le Banche di Credito Cooperative con sede amministrativa all’interno della Regione e non è dunque un caso che le aziende calabresi paghino i più alti tassi di interesse praticati in Italia.

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