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Le periferie dimenticate

Al territorio che abitiamo, siamo legati da una sorta di contratto d’affitto il cui canone di locazione non sempre è proporzionale al servizio erogato. Ma tant’è. Il fatto è che tale circostanza dovrebbe indurci ad esercitare una maggiore tutela del bene che, per la durata del summenzionato contratto, è come fosse nostro. Ci allena, o dovrebbe allenarci, all’esercizio della condivisione, a quello dello scambio, a quello del rispetto. È un po’ come accadeva tanti anni fa, quando gli edifici ad uso abitativo, avevano uno spazio comune in cui i bambini socializzavano sotto lo sguardo attento della ” mamma di turno”. Dove la vita si svolgeva nella “ruga” secondo naturali e ataviche forme di socializzazione. Dove domandare una foglia di prezzemolo o uno spicchio d’aglio non era una deminutio, in quanto il malinteso senso dell’orgoglio non faceva ostacolo al senso di comunità. Un evento era l’occasione per unirsi ancora di più, nella gioia o nel pianto, con tutti i limiti, ma anche i vantaggi umani, che quella condizione comprensibilmente comportava. Erano, i quartieri, tanti piccoli kibbutz occidentali in cui un vetro rotto, per intenderci, non rappresentava il principio di un crescente degrado, come avviene negli attuali sobborghi affollatissimi e, a un tempo, abbandonati.
Il malessere delle periferie, e’ dato caratteristico di tutte le città moderne, ma ad attenuarne il senso di lontananza e di avvertito abbandono, contribuisce il fatto che esse, quasi sempre, costituiscono un continuum urbanistico. Catanzaro, invece, si presenta come un insieme eterogeneo di corpi scarsamente coordinati da un unico cervello. Ora, al di là della valutazione di merito che, su questo organo, si possa esprimere, é fin troppo evidente che esso abbia grandi difficoltà a imprimere a quei corpi sparsi gli impulsi necessari all’unità e alla salute dell’intero organismo. Si verifica così che la mancanza di sinergia genera una sorta di infezione anarchica che si evidenzia nella ricerca delle ragioni che dividono, piuttosto che in quelle che uniscono.
Un’amministrazione attenta è a questo che dovrebbe mirare: ripristinare umane condizioni di vita, là ove lo sviluppo caotico le abbia rese neglette, coinvolgere la collettività nelle scelte, renderla responsabile e partecipe. Una comunità non ha bisogno unicamente di amministratori, sia pure tecnici di valore, se ciò che raccontano è, nei fatti, la rappresentazione di un mondo che non c’è. E, sopratutto, se di tempo per tradurre le parole in fatti, ne hanno avuto fin troppo.

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