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L’Euro e la sinistra

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Si avvicinano le elezioni europee, e la sinistra non può non riposizionarsi rispetto ai grandi temi dell’Europa. È chiamata a farlo non solo per fronteggiare l’ondata sovranista che pericolosamente imperversa a tutte le latitudini, ma anche (e forse soprattutto) perché è la forza politica che più di altre ha pagato lo scotto della scelta di far parte dell’Eurozona. La ragione è presto detta: quando l’euro entrò nelle loro tasche, gli Italiani non tardarono ad accorgersi che l’abbandono della lira creava un terremoto inflazionistico. Quello che prima dell’ingresso nell’Eurozona costava un milione di lire, dopo non costava cinquecento euro circa, come avrebbe dovuto essere sulla base del rapporto di cambio lira/euro, ma mille euro. A pagarne le conseguenze non furono né i commercianti, né i professionisti, né, più in generale, chi poteva imporre le proprie tariffe. Fu la classe stipendiata e quella salariata, e anche i pensionati, cioè le classi che costituivano la base tradizionale della sinistra.
Il lungo passaggio attraverso la crisi che, a partire dal 2007 ha sconvolto l’economia mondiale, non fece che aggravare il peso della condizione nella quale si trovava la base della sinistra. Di qui il lento, ma inesorabile, riflusso verso i movimenti protestatari, che via via si ingrossarono fino al punto di diventare partiti di governo.
Si vuol dire, con questo, che l’ingresso nell’euro fu scelta sbagliata? No, di certo. Ma altrettanto certo è che la sinistra, nei lunghi anni che ci separano dall’ingresso nell’Eurozona, non ha saputo “comunicare” alla gente, e, in particolare, alla sua base, cosa significasse (e cosa significhi) euro ed Europa. Eppure, fuori dalle stanze della sinistra, si muoveva, e si muove sempre di più, un mondo che viaggia, che vive il villaggio globale, un mondo di giovani che fa l’Erasmus. Insomma, il mondo ha girato e gira più veloce della sinistra, impastoiata nelle sue beghe interne, lacerata dal germe perenne della scissione, assorta nei pensieri più alti. E, però, incapaci di sortire una proposta “veramente” alternativa: per fare solo un esempio, la sinistra ha maneggiato il tema del “mercato” in maniera sbagliata, tanto che, a tratti, le sue proposte sono apparse come la copia dell’originale. E la gente tra l’originale e la copia ha preferito e preferisce l’originale. Rigettare il mercato? No, ma la sinistra, ammaliata dalle sirene dei nuovi tempi, non ha saputo a sufficienza tenere dritta la barra su un principio che possiamo esprimere con un vecchio adagio americano: «il mercato è troppo importante per essere lasciato a se stesso». Che dire, poi, dell’abbandono della politica monetaria nazionale nelle mani della BCE? Scelta inevitabile, e assolutamente giusta, per garantire integrazione dei mercati finanziari e condizioni di maggiore stabilità economica. Ma incompleta, perché la rinuncia alla politica monetaria nazionale non è stata accompagnata dall’accentramento a livello europeo della politica fiscale. Con la conseguenza che i Paesi dell’Eurozona, soprattutto quelli con maggiore affanno economico-finanziario, sono costretti a procedere in ordine sparso a fronte delle sfide economiche, quali la recessione o l’instabilità del ciclo o la disoccupazione. Un fatto, questo, che accentua le divisioni tra i c.d. Paesi “virtuosi” e quelli “mediterranei”.

Euro sì, euro no
Acceso è il dibattito sull’uscita dall’euro. Panacea di tutti i mali del nostro sistema economico-finanziario? Con toni ponderati è affrontato a livello scientifico, ma non altrettanto avviene a livello di opinione pubblica, più facilmente suggestionata dalla propaganda politica.
Sul campo si contendono almeno due scuole di pensiero. C’è chi ritiene che l’ingresso nell’euro sia stata un’occasione sprecata, non foss’altro perché la riduzione dei tassi di interesse, mediamente apprezzabile nell’arco di vita della moneta unica, sia stata sostanzialmente “bruciata” per effetto del mancato controllo della spesa pubblica, causa di maggiore inflazione. Altra tesi quella di chi, contestando la moneta unica, vi vede la causa del rallentamento della produttività; l’uscita dall’euro, secondo questa prospettiva, migliorerebbe la competitività del sistema attraverso la leva della flessibilità del cambio (leggi: svalutazione).
Entrambe le tesi hanno del vero, ma non la dicono tutta.
Vero che il mancato controllo della spesa pubblica può produrre inflazione, ma se si osserva l’andamento di quest’ultimo indicatore nel corso di vita dell’euro, non si può negare che il suo trend sia nettamente migliorato rispetto agli anni della “Milano da bere”. Bisogna, tuttavia, concedere che un maggiore controllo della spesa pubblica può migliorare i margini per la riduzione della tassazione e dare, per questa via, ossigeno all’economia.
La seconda tesi, quella cioè che addebita alla rigidità del cambio la perdita di competitività del nostro sistema produttivo, è, a ben guardare, tesi di corto respiro, perché non guarda lontano. È vero: l’uscita dall’euro porterebbe alla svalutazione della moneta, che avrebbe l’effetto di aumentare la produzione industriale attraverso il canale dell’export (domanda estera). Un vantaggio cui, tuttavia, corrisponderebbe il maggior costo che il sistema industriale si troverebbe costretto a sostenere per l’acquisito delle materie prime (per es., l’energia), di cui il nostro Paese è carente. Ne deriverebbero spirali inflazionistiche, che pagherebbero, in termini di minore potere d’acquisto della moneta, proprio le classi stipendiate medio-basse e salariate, prive di strumenti di “indicizzazione”. Le classi, cioè, che costituiscono la base tradizionale della sinistra. A soffrirne sarebbero, inoltre, i creditori dello Stato, ai quali verrebbe restituita moneta deprezzata del suo valore, con effetti ampiamente recessivi. Si può dire, perciò, contento chi finanzia il debito pubblico? No, di certo. Di qui la necessità per lo Stato di rendere appetibili i titoli che colloca sul mercato, aumentandone i tassi d’interesse. Gli stessi che l’appartenenza all’Eurozona ha consentito al nostro Paese di tenere mediamente bassi rispetto al passato.
Tassi di interesse alti si traducono i) per il consumatore, in un aumento dell’onere per accedere ai prestiti (si pensi ai mutui per l’acquisito della casa); ii) per l’imprenditore, in un aumento dell’onere per l’accesso al credito e, quindi, in una contrazione della spesa destinata agli investimenti produttivi (quelli, per intenderci, che danno occupazione); iii) per lo Stato, in maggiori oneri per interessi sul debito, e nella conseguente contrazione dei margini di manovra per la riduzione della tassazione o per l’aumento per la spesa pubblica produttiva. E mi fermerei qui.

Quale soluzione?
Intanto, parlare chiaro: troppi i pifferai magici che si agitano nel cortile della politica. E cominciare col dire che il problema della produttività del nostro Paese non si risolve né riducendo drasticamente o, peggio, indiscriminatamente la spesa pubblica (è la prima tesi, di cui abbiamo detto, quella cioè sostenuta dai Paesi nordici, fautori dell’austerità a prescindere), né “drogando” il sistema con la c.d. svalutazione competitiva. In entrambi i casi, il paziente potrebbe finire al cimitero. La soluzione è da cercare nella costruzione di un quadro giuridico-economico europeo di tipo federale che affianchi alla leva monetaria quella fiscale, in modo che si possano governare unitariamente gli shock asimmetrici delle economie dell’Eurozona. Forti della consapevolezza – chiave di volta e motore decisivo del processo – che la capacità di aumentare la produttività dei fattori del sistema è legata a doppio filo con la capacità di creare un ambiente economico favorevole nel quale la scuola, la ricerca scientifica, l’amministrazione pubblica, la giustizia, l’impresa, il lavoro, le professioni siano messe al centro di programmi di spesa pubblica produttiva. Fatiche di Sisifo quelle di fare le tanto sbandierate “riforme strutturali” a costo zero

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