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Ma chi sono i sovranisti

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Sovranismo. È parola ormai diffusa nel dibattito politico attuale. E percorre, in vario modo, pure l’opinione pubblica, che, mossa da emozioni sapientemente veicolate dall’apparato propagandistico, ne fa un uso non sempre avvertito e sorvegliato.
Per tentare un primissimo approccio definitorio, possiamo dire che il cosiddetto «sovranismo» esprime un’istanza che nasce sul terreno, non di rado confuso e limaccioso, dei movimenti euroscettici. E mira a riempire i vuoti che i processi finanziari, economici e migratori hanno via via scavato dentro la «sovranità nazionale», erodendone i margini di determinazione politica e di autonomia decisionale. La moneta, uno dei simboli per eccellenza della sovranità nazionale, è affidata al governo della Banca centrale europea, autorità indipendente non adeguatamente affiancata, allo stesso livello, dall’altro pilastro della politica economica: il fisco.
Ma non è solo su questo piano che i sovranisti contestano la perdita di quota della sovranità nazionale: contestano, più in radice, gli stessi meccanismi di legittimazione democratica delle istituzioni europee, e, sul piano generale, l’attacco alla sovranità politica degli Stati condotto dalle imprese sovranazionali. Attacco spiegato sul terreno dell’economia globale dove troverebbe realizzazione la profezia di Hayek, che immaginava «l’abrogazione delle sovranità nazionali» e la sostituzione del contratto alla legislazione.
Non spira solo alle nostre latitudini il vento sovranista. Sull’altra sponda dell’Atlantico Donald Trump ha vinto urlando «America first», e non può certo considerarsi poco lusinghiero il responso delle elezioni di midterm. Regista della scalata di Trump un personaggio che molto ha soffiato nelle vele sovraniste americane, e che ora si aggira nel nostro continente a gonfiare quelle europee in vista della prossima scadenza elettorale. Il nuovo indirizzo della politica americana ha portato all’uscita dal TPP, il Trattato di libero scambio tra undici Paesi dell’area del Pacifico negoziato da Obama, che avrebbe isolato la Cina davanti alla porta di casa. Anche il TTIP con l’Europa ha perso quota a causa dei venti sovranisti. Ha del paradossale il risultato che ne è derivato, quello cioè di consegnare alla Cina – un Paese dove si muove su gambe ancora molto solide un regime (politicamente) autoritario – il ruolo (economico) di attore globale e di corifeo della globalizzazione contro le ondate protezionistiche. E lo dimostra, se ce ne fosse bisogno, la recentissima «China International Import Expo» di Shanghai, dove alla corte di Xi Jinping si sono presentate aziende esportatrici di tutto il mondo e, al seguito del nostro Di Maio, imprese come Leonardo, Fincantieri, Fiat Chrysler, Pirelli, Ansaldo, De Longhi, Lavazza, Chateaux d’Ax. A perorare il made in Italy.

Sovranismo di destra e di sinistra
Per la verità, c’è un sovranismo di destra e un sovranismo di sinistra.
Quello di destra vede nel popolo un’unità organica, intessuta di legami identitari fortissimi, che il «sangue e la terra» cementano all’interno di «confini» ben definiti. Di qui il “pericolo” che viene dall’ondata migratoria e dai processi di erosione “verso l’alto” (leggi: organismi di governo sovranazionali) della sovranità nazionale. Da un lato, i migranti minacciano l’“unità” del popolo, inquinandone il “tessuto identitario” e scompaginando i meccanismi tradizionali del “controllo dei confini”. Dall’altro lato, gli organismi di governo sovranazionali strappano alla sovranità degli Stati nazionali lo scettro della determinazione politica e dell’autonomia decisionale, trasferendolo verso l’alto e, quindi, tradendo l’idea classica della sovranità nazionale: quella secondo cui il potere pubblico si alimenta dal basso secondo meccanismi di legittimazione ascendente.
Diversamente orientato il sovranismo di sinistra, che esprime la sua istanza di sovranità assecondando non i processi di recupero dell’ormai logoro ruolo degli Stati nazionali, come consegnatoci dalla tradizione classica, ma rivendicando il primato della politica sull’economia. Politica intesa come idea di società e di sviluppo. Politica intesa come governo dei fenomeni sociali. Politica intesa come regolazione dei processi economico- finanziari, che, a seguito della liberalizzazione selvaggia e della deregulation nello spazio globale dei mercati, hanno ridotto lo scettro degli Stati a stampella di interessi forti. A differenza del sovranismo di destra, quello di sinistra concepisce la società umana non come recinto chiuso, ma come spazio aperto al progresso, che è fatto di mescolamento di culture, di civiltà, di identità. E negli organismi di governo sovranazionale non vede la dequotazione delle sovranità nazionali, ma la garanzia del recupero, ad un più alto livello, dell’armamentario di cui tradizionalmente è fatto lo scettro degli Stati. In una parola, i sovranisti di sinistra considerano i vecchi Stati nazionali “troppo piccoli” per affrontare e governare da soli spazi “troppi grandi” su cui si muovono attori globali e si dispiegano i fenomeni socio-economici. E nell’Europa vedono la dimensione di governo più adeguata a fronteggiare la nuova dimensione dei problemi.

Effetto boomerang
C’è qualcuno che pensa davvero che l’Italia da sola possa fronteggiare la sfida dei fenomeni globali? Per limitarsi a qualche esempio, quello migratorio è fenomeno che possa affrontare, da sola, l’Italia? Il nostro ministro dell’Interno non lo crede possibile. E lo dichiara espressamente. E molti con lui. Ed è pure giusto. Ragionevole, diremmo. E, però, Orbán, l’amico di Salvini – e tutti gli altri compagnoni del gruppo di Visegrád – si sono forse dichiarati disposti a dare una mano al nostro Paese sovranista? Non mi pare.
È un sovranismo molto miope, quello di destra. Buono per la propaganda di breve momento, ma non adeguato a governare fenomeni globali. Per di più, come un boomerang, si ritorce contro chi lo propina. Contro chi alla lunga, dopo aver seminato vento, si troverà a raccogliere tempesta.
E i sovranisti di sinistra? I politici o gli intellettuali che la pensano come ho detto poc’anzi? Non li definirei sovranisti, ma più semplicemente europeisti. E davanti a sé hanno una partita importantissima da giocare alle prossime elezioni europee. Combattere con la “proposta” la retorica sovranista di destra, per non lasciarle campo libero. E la proposta non può che essere quella di rafforzare l’Unione europea costruendo l’altra metà dello scettro: il fisco. Perché l’euro non rimanga in mezzo al guado: moneta senza Stato.

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