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PER UN NUOVO STATUTO DEI LAVORATORI

di Francesco Costantino

Già nel 1952 Giuseppe Di Vittorio aveva proposto l’approvazione di uno Statuto dei Lavoratori, che rendesse effettive le garanzie relative al lavoro espresse nella Costituzione italiana e sino ad allora rimaste lettera morta.
Quella norma tanto attesa arrivò dopo quasi vent’anni di lotte solo nel 1970.
Cinquant’anni ora bastano per capire se valeva la pena che venisse al mondo.
Tanti ne sono passati dal 27 maggio 1970, data di pubblicazione in GURI della legge 22 maggio 1970 n. 300, meglio conosciuta come “Statuto dei Lavoratori”.
Non è stato un parto facile, pur potendo vantare padri nobili dell’area riformista e della sinistra democristiana –Brodolini morto prima del voto finale e Donat Cattin che relazionò in aula prima del momento del voto finale di approvazione-; qualcuno della famiglia progressista, inaspettamente, non si era presentato con il sorriso smagliante di fronte alla creatura che stava per nascere, avendo trovato che qualcosa non gli era perfettamente somigliante e si era pertanto astenuto al momento del riconoscimento.
La brutta aria che tirava nelle grandi fabbriche -Fiat ereditaria del sistema Valletta in testa- con nessuna protezione per il licenziamenti collettivi di rappresaglia e l’esclusione delle nuove garanzie introdotte dal testo di legge per i lavoratori delle aziende fino a 15 dipendenti, furono allora le ragioni esposte da Pajetta nel suo intervento in Parlamento per giustificare l’astensione del PCI al momento del voto finale.
Si astennero pure quelli del PSIUP e del MSI.
I socialisti, e il giovane professore Gino Giugni voluto da Brodolini , a cui universalmente viene assegnata la paternità dello Statuto, ebbero modo di festeggiare il loro trionfo facendo titolare sull’Avanti “Il provvedimento voluto dal compagno Giacomo Brodolini è stato definitivamente approvato”.
Nello stesso articolo si attaccava apertamente l’atteggiamento dei comunisti, considerato “ambiguo e chiaramente elettoralistico”, e si esaltava invece l’entrata in fabbrica della Costituzione nel vivo delle lotte per le riforme sociali che vedevano finalmente protagonista la classe lavoratrice impegnata nella costruzione di una società più democratica».
In seguito, lo Statuto è divenuto l’emblema delle lotte dei lavoratori.
Al tempo di Cofferati leader della CGIL –correva l’anno 2002- il Circo Massimo divenne il teatro di quella che può essere considerata nello stesso tempo la più grande manifestazione sindacale di tutti tempi, con milioni di partecipanti, ma anche l’ultima nella quale fu fortemente avvertito il vincolo di appartenenza ad un contesto di uomini e donne pronti a lottare per una battaglia comune in difesa di un diritto -simboleggiato dall’art. 18 dello Statuto- che veniva aggredito dal padronato.
L’accusa mossa dal padronato di allora al mantenimento nello Statuto di quell’articolo simbolo era quella di aver ostacolato nel tempo l’accesso al mondo del lavoro per la sua eccessiva rigidità.
Non molti anni dopo –siamo nel 2014- con il Jobs Act del governo a guida Renzi -allora segretario del Partito Democratico- l’attacco all’art. 18, mai riuscito ai governi della conservazione, trovava il suo compimento
Mezzo secolo di storia del lavoro di questo paese è ora già passata da quando il lavoro da tutelare era in fabbrica tra indubbie conquiste e polemiche sull’adeguatezza o meno ai ritmi veloci del cambiamento, e non si poteva certo immaginare l’arrivo dei co.co.co, dei riders, e infine l’arrivo del Covid-19 e dello smart working
Oggi che le forme di lavoro stanno cambiando, e le conseguenze della nuova crisi globale rischiano di farsi sentire più forti per tutti, e ancor di più per le lavoratrici e per i giovani, bisogna immaginare nuove forme di partecipazione per aggiornare i sistemi normativi utili a garantire sia il diritto al lavoro, sia uno sviluppo sostenibile con le criticità ambientali che ci affliggono.
Per oltre quarant’anni l’impianto normativo dello Statuto ha retto bene alle profonde trasformazioni della società e dell’impresa, ma da qualche anno, obiettivamente non regge più, ed oggi battersi per ottenere un nuovo statuto dei diritti dei lavoratori vuol dire battersi anche per un sistema universale di tutele.
Così ha sottolineato il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, intervenendo con un video-messaggio in questa epoca di comizi e manifestazioni in streaming alla diretta organizzata dalla Cgil Puglia in occasione del 1° maggio, e noi siamo d’accordo su questo.
Riorganizzare i lavoratori e le lavoratrici per rivendicare diritti universali nuovi ed aggiornati nel mondo della produzione e della fornitura dei servizi rappresenta la nuova frontiera per le lotte che ci attendono per favorire lo sviluppo e il progresso civile dell’intera umanità.
Gli stessi segnali positivi registrati negli ultimi giorni con i provvedimenti di regolarizzazione dei lavoratori impegnati nel mondo dell’agricoltura, pur ancora deboli, vanno comunque apprezzati.

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