Pillole

PILLOLA DI PROGRAMMA: 7 – LAVORO – parte prima

Cosa vogliamo?

Parlare di lavoro in Calabria non è mai stato facile ed oggi è ancora più difficile. La regione si conferma territorio “fornitore di risorse umane qualificate al resto del Paese (e, sempre più spesso, all’estero)” costringendo “i suoi migliori giovani a cercare altrove le modalità per mettere a frutto le proprie competenze e realizzare i propri sogni” (Rapporto SVIMEZ 2019). Non c’era bisogno del rapporto SVIMEZ per comprendere tale realtà che è alla portata di ogni famiglia calabrese, ma evidentemente questo dato colpisce in modo particolare. Sembra che nessuno si sia accorto prima che il tasso di disoccupazione “corretto” è di poco più del 30% o che ci siano circa 12 famiglie su cento a vivere con un reddito inferiore alla soglia della povertà. Il tasso di disoccupazione giovanile è del 53%, oltre 180 mila giovani hanno lasciato la Calabria negli ultimi 15 anni; solo il 15% dei giovani oggi pensa di poter restare in Calabria. Il declino demografico in atto mette in luce una denatalità ed una dinamica migratoria sfavorevole, con conseguente tendenza all’invecchiamento della popolazione (età media è di 43,9 anni ed è attesa una crescita a 51,9 anni nel 2065).

Solo 3,2 italiani su 100 sono Calabresi, erano 3,8 cinquanta anni fa. Si è ridotta considerevolmente anche l’incidenza dei Calabresi sui Meridionali (dal 10,8 al 9,5%) e l’indice di vecchiaia (la percentuale di popolazione sopra i 65 anni rapportata a quella sotto i 14) si è più che quadruplicato. Il saldo migratorio interno a partire dagli anni ’60 è stato doppio di quello della media delle regioni meridionali. La Calabria dovrebbe, pertanto, considerare favorevolmente l’opportunità di accogliere, nella legalità e in dignità, una parte di quelle popolazioni extracomunitarie che approdano in Europa.

Purtroppo la capacità amministrativa dell’Ente Regione non appare in grado di affrontare le problematiche sul tappeto. Il Bilancio è in passivo, ma anche poco affidabile (scarsa capacità di esazione dei tributi). La spesa per il personale e la burocrazia (che funziona molto male) è molto alta rispetto alle altre regioni. Una quota molto consistente delle risorse pubbliche è destinata alla sanità, ma le politiche sanitarie sono fallimentari. La spesa per la salute pro-capite rimane comunque insufficiente, è la più bassa in Italia (1750 euro/abitante rispetto ai 2000 euro di media di altre regioni), ma si spende male: il 10% del budget è assorbito dalla mobilità interregionale sanitaria passiva (si finanziano le regioni del Nord). Si spende molto per la custodia dei parchi e le aree protette.

Il reddito medio di un cittadino calabrese si attesta sui 17 mila euro, metà di quello di un cittadino di una regione ricca come il Veneto.

Se il divario tra Nord e Sud cresce, la Calabria è ancor più fanalino di coda. In assenza di interventi efficaci la situazione rischia di diventare disastrosa. Urge una strategia capace di generare una inversione di tendenza, superando ricette logore e nefaste come quelle perseguite dalla Commissione Europea e dai governi nazionali che si sono succeduti negli ultimi decenni. Dieci anni fa la UE ha delineato una «Strategia europea per l’occupazione» (Europa 2020: una strategia per la crescita), riprese in ambito nazionale. Le ricette sono le solite: diminuire le tasse sul lavoro; ridurre la segmentazione del mercato del lavoro tra chi ha un’occupazione precaria e chi ha un’occupazione più stabile; sviluppare le politiche attive del lavoro; rimuovere gli ostacoli legali e pratici al libero movimento dei lavoratori, oltre che, nientemeno, incoraggiare la domanda di lavoro.

Ad onta delle suddette strategie, la disoccupazione ha continuato a imperversare nella UE. Perché tali strategie, assunte in pieno accordo con le altre istituzioni UE e la maggior parte dei governi europei, non toccano minimamente i fondamenti strutturali di essa. Insistono sui soliti ambiti: l’ordinamento giuridico del mercato del lavoro, le tasse eccessive, la riluttanza dei lavoratori ad accettare i posti di lavoro disponibili in luogo di quelli che preferirebbero, lo scarto tra le capacità professionali di cui i lavoratori dispongono e quelle che le imprese richiedono.

Per contro il lavoro è scarso, e i disoccupati numerosi; la compressione dei salari e delle condizioni di lavoro in atto da vent’anni nei paesi UE ha ridotto la domanda dei consumatori; a loro volta le imprese hanno ridotto di molto gli investimenti e l’accumulazione di capitale reale preferendo distribuire lauti profitti o riacquistare azioni proprie; la ricchezza ha continuato a concentrarsi in un numero sempre più ristretto di super-ricchi, e agli investimenti in impresa reale si è preferita la speculazione finanziaria; gli Stati più potenti hanno sottratto all’economia decine di miliardi l’anno a forza di avanzi primari, nel vano tentativo di contenere il debito pubblico gravato dai salvataggi delle banche.

Sarebbe opportuna una strategia lungimirante a scala europea. Si è proposto in qualche occasione, salvo rinunciarci poi, nonostante un ampio fronte di interessi manifesti di comunità e di impresa, l’idea di un New Deal per l’Europa, ovvero un grande piano per investimenti infrastrutturali. Tenendosi beninteso alla larga dalle grandi opere, per concentrarsi invece su infrastrutture urbane e interurbane, dalle strade ai trasporti urbani e regionali, dalle scuole agli ospedali, dalle opere di messa in sicurezza del territorio alle bonifiche di siti contaminati, dalle quali possono derivare milioni di posti di lavoro.

Purtroppo non si può più attendere passivamente l’azione di governo europea e nazionale. E meno che mai in Calabria. Occorre osare, volare alto, assumendo strategie ed azioni in grado di esprimere finalmente un processo di sviluppo equilibrato della nostra regione.

La Calabria potrebbe rappresentare l’avanguardia di tutti i Sud. Questa affermazione non è frutto di fantasia, ma si basa sulla consapevolezza del potenziale che questo territorio possiede in termini di risorse ambientali, umane, culturali; e della sua posizione strategica nel Mediterraneo, ovvero al centro dei traffici commerciali intercontinentali.

Occorre puntare alla creazione di posti di lavoro stabili e produttivi che assicurino prospettive ai giovani calabresi, valorizzando le differenze di genere ed evitando discriminazioni, per ostacolare efficacemente i fenomeni di emigrazione in atto; è possibile agire anche in comparti strategici come:

Si possono assumere quindi una serie di misure coordinate ed integrate quali:

A.           Green Economy;
B.            Ricerca e Innovazione basata sulle Tecnologie di Informazione e Comunicazione (TIC);
C.            Rete di PMI e Logistica;
D.           Turismo integrato;
E.            Misure di sostegno per l’inserimento dei giovani e per il ritorno dei migranti;
F.            Investimenti per servizi alla comunità.

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