Pillole

PILLOLA DI PROGRAMMA: 7 – LAVORO – parte seconda

GREEN ECONOMY

La Calabria si desertifica, le terre sono incolte. Soprattutto le aree interne sono divenute lande abbandonate che favoriscono fenomeni alluvionali e inondazioni. Il ripopolamento, la messa a coltura, la manutenzione e la sistemazione idraulica dei territori sono una priorità assoluta, con immediate ricadute positive anche sul prodotto interno della Regione.

Occorre partire da ciò che unisce individui e territorio e cioè il paesaggio, così come viene definito dalla Convenzione Europea del Paesaggio, emanata nel 2000 a Firenze dagli stati membri del Consiglio d’Europa ed entrata in vigore in Italia nel 2006, e che pone il paesaggio a fondamento dell’identità delle popolazioni. La relazione tra il paesaggio e la popolazione assurge a questione di interesse rilevante e degna di un opportuno approfondimento. Tale questione, inoltre, diventa ancora più complessa se inserita nel contesto dell’attuale epoca di globalizzazione, in cui le interconnessioni fra luoghi, anche lontani, sono sempre più strette e le società si trovano a vivere con essi rapporti molto diversi di quanto non avvenisse nell’ambito dei sistemi sociali tradizionali.

La Calabria, caratterizzata da un clima tipicamente mediterraneo, per lo più priva di presidi industriali, con ben 746.000 ettari di terra incolta, può rappresentare un’area di sviluppo tutta green, il cui mercato del lavoro potrebbe offrire straordinari livelli occupazionali.

Pensiamo alla filiera del legno che va dalla raccolta alla trasformazione artigianale in primis, ma anche industriale, riducendo da un lato il rischio idrogeologico e dall’altro diminuendo fisiologicamente le emissioni di anidride carbonica, creando molti nuovi posti di lavoro nella progettazione dell’opera di riforestazione, nella cura del suolo, nella falegnameria industriale e artigianale, nell’arredo  e nel settore edile, che sorretto da un piano regolatore ad hoc, potrebbe farsi avanguardia anche nella prevenzione del rischio sismico di cui le costruzioni in legno sono una certezza.

Pensiamo allo sviluppo delle reti agricole biologiche attraverso la garanzia e la protezione della riproduzione libera delle sementi autoctone, che in Calabria spesso sono tramandate da generazioni di coltivatori e che caratterizzano la produzione dei sapori originali di questa nostra terra. Occorre sollecitare l’Unione Europea a mantenere inalterate le caratteristiche biologiche di tali prodotti tramite l’attuazione di politiche di partenariato attive, che rendano i costi relativi alla logistica accessibili a tutti i produttori, indipendentemente dalla loro capacità finanziaria, e che consentano di porre in relazione gli attori operanti nel settore dell’agricoltura (anche di quella industriale), creando oltre che una rete anche un luogo di vera e propria cooperazione, produzione, scambio e di redditività costante e non solo stagionale, eliminando di fatto la dicotomia tra ‘spazio sociale’ e governance. La nuova programmazione deve affiancarsi alla redistribuzione delle terre demaniali e di quelle sottratte alle mafie, così da rendere fruttuosa una maggiore quantità di terre.

I comuni delle aree interne della Calabria rivendicano da tempo provvedimenti legislativi per sviluppare i propri territori, per dare condizioni di civiltà a chi già ci abita, ma anche per attrarre nuovi abitanti e ripopolare i borghi, le campagne, le tante case rurali lasciate in abbandono. Occorre una seria politica per l’agricoltura, sostenuta da buone e snelle leggi; in altre Regioni, per esempio, sono state previste le “Associazioni Fondiarie” (ASFO – LR Piemonte 21/2016), libere aggregazioni di proprietari di terreni, con l’obiettivo di superare la frammentazione agricola e mettere a produzione anche le terre abbandonate o incolte, a beneficio delle produzioni agricole e della salvaguardia della montagna (meno dissesto, meno incendi, ecc.). Oppure l’incentivazione delle “banche della terra”, come nel caso della Legge Regionale della Puglia che mette a disposizione la terra a chi non c’è l’ha, ma ha voglia di lavorare. Negli ultimi 20/30 anni sono scomparse circa 1,5 milioni di aziende agricole e l’Italia, famosa nel mondo per le sue eccellenze agro-alimentari, oggi presenta un grave deficit ed è costretta ad importare prodotti quali cerali, soia, carne, latte, frutta, ortaggi. Occorre incentivare nuove aziende legate al connubio agricoltura – turismo. E’ auspicabile un organico piano per il lavoro che coinvolga i lavoratori, le organizzazioni datoriali, gli Enti Locali, per mettere a produzione le terre pubbliche e private in abbandono o sotto-utilizzate, migliaia di ettari di terreno.

Questo processo non può essere lasciato allo spontaneismo o alla volontà di qualche singolo, deve essere guidato dalle Istituzioni. Un nuovo ruolo dovrebbero giocarlo i Consorzi di Bonifica e gli Enti di forestazione regionale per la realizzazione dei servizi necessari, di impianti di irrigazione, strade rurali, messa in sicurezza del territorio. Un ruolo attivo dovrebbe avere anche l’Università.

Per questo Piano di Riconversione Ecologica e Sociale dell’Economia nelle “Terre della Magna Grecia”, le forze disponibili non sono sufficienti; il popolo dei migranti che già opera nella nostra zona potrebbe essere coinvolto e potrebbe dare un sostanziale aiuto, come già avviene in alcuni contesti poco pubblicizzati come S.Giovanni in Fiore (comunità albanese impegnata nella gestione dei boschi) o S.Eufemia d’Aspromonte (comunità bulgara impegnata nei campi). Assieme a loro potremmo fare crescere una parte rilevante delle aree interne, dei borghi storici altrimenti destinati all’abbandono, sperimentando una via alternativa, la “via greca all’accoglienza”, che superi la politica dell’emergenza e della repressione dei migranti e associ gli stessi al processo di rigenerazione del nostro territorio.

Un progetto per le aree interne può consentire di raggiungere tre distinti ma interconnessi obiettivi generali (P.Bevilacqua):

Tutelare il territorio e la sicurezza degli abitanti. Intervenire in modo sporadico ed emergenziale sui suoli e sulle risorse fisiche territoriali, adottare strumenti di piano che aumentano i fattori di rischio naturali, trascurare la manutenzione ordinaria e continua, degli invasi e corpi idrici, dei versanti, delle aree boschive e di quelle incolte e, ancora, degli insediamenti (agricoli, ma anche dei borghi antichi e dei piccoli insediamenti) e dei sentieri determina a un tempo: rischi elevati per le pianure litoranee; costi cospicui per gli interventi dopo  i disastri; perdita di occasioni di reddito e di vita. La messa in sicurezza diventa efficiente e possibile solo quando viene promossa o supportata da una popolazione residente nel territorio, che sia capace di rappresentare gli interessi collettivi e possa divenire “custode del territorio”, adottando in prima persona comportamenti proattivi e realizzando azioni quotidiane anziché grandi interventi sporadici. Sarà questa popolazione a disporre di molte conoscenze necessarie per l’intervento e ad avere gli incentivi per agire e anche per trarne vantaggi.

  • Promuovere la diversità naturale e culturale e il policentrismo. Le aree interne calabresi presentano una straordinaria biodiversità climatica e naturale che ha, a sua volta, favorito la diffusione e la sopravvivenza di prodotti agricoli straordinariamente diversi. Questa duplice diversità, naturale e poi frutto dell’azione umana, si è mescolata nei singoli luoghi con la diversità di lingue, culture e tradizioni, favorita dalla separazione fra i luoghi. In una fase storica in cui, in presenza di una nuova ondata di globalizzazione, la diversità dei luoghi e il policentrismo assumono un ruolo crescente nelle aspirazioni delle persone e come opportunità di sviluppo; la Calabria è particolarmente ben posizionata: il policentrismo non lo deve inseguire, ma mantenere. Anche sotto questo punto di vista, la presenza di popolazioni demograficamente assortite (giovani e vecchi, residenti fissi e temporanei, nati nei luoghi, immigrati o “globali”) è garanzia del risultato. Ma necessita un modello economico e sociale coeso, che sappia assorbire le inefficienze connesse alla diffusione di piccoli insediamenti e assicurare modelli di vita nelle aree interne competitivi con quelli offerti dalle aree urbane e dai territori a esse contigui.
  • Concorrere al rilancio dello sviluppo regionale. Solo se si aprono nuove opportunità di sviluppo la popolazione troverà attraente e conveniente vivere in questi territori, in modo permanente o per una parte della propria vita, e potrà quindi assicurare manutenzione e promozione della diversità. Per sviluppo si intende qui, ovviamente, sia crescita, sia inclusione. Una valorizzazione adeguata delle aree interne, dei loro boschi, valli, fiumi, borghi e centri maggiori, può consentire nuove, significative opportunità di produzione e di lavoro: nei comparti del turismo, dei servizi sociali, dell’agricoltura (dove l’idealità ecologica può divenire politica agricola positiva), della rivitalizzazione e valorizzazione degli antichi mestieri, dove possono combinarsi sapere stratificati e innovazione. Così come un disegno efficiente delle piattaforme dello stato sociale – prima di tutto della salute e dell’istruzione – può consentire a un tempo migliori servizi per tutti – e quindi attrattività dei luoghi – e minori costi.

il “Progetto aree interne” dev’essere un progetto integrato e deve includere tra l’altro:

  • interventi su scuola, salute, cura infanzia e anziani, volti a una riqualificazione dei servizi essenziali;
  • interventi sull’accessibilità e sulle telecomunicazioni;
  • azioni per la manutenzione del territorio e l’ammodernamento (energetico, antisismico, etc.) degli edifici pubblici;
  • promozione di coerenti attività produttive, turistiche, artigianali e industriali.

Un’attenzione primaria va indirizzata alla bonifica dei territori contaminati; occorre condure un’azione di responsabilità e di richiesta di risarcimento nei confronti di chi ha inquinato importanti e vaste aree del territorio calabrese, attivando misure di recupero ambientale. Aree degradate pesantemente da impianti industriali devastanti come nel Crotonese, a Saline Ioniche, a Rende, necessitano di interventi specializzati e possono produrre importanti opportunità occupazionali sia nelle lavorazioni di recupero che nella valorizzazione dei siti recuperati

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