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Primo Maggio

È il giorno canonico in cui la retorica sul diritto al lavoro, sulla dignità del lavoro, rompe gli esili argini entro cui è contenuta per il resto dell’anno, quando, per le sue dure leggi, il lavoro si dispiega, svelato nella sua cruda natura e privo della poesia dei voli pindarici di prezzolati imbonitori, senza diritti e senza dignità.

Un po’ di chiarezza, dunque. Il lavoro non è un DIRITTO. Nessuno rivendicherebbe il diritto di rompersi la schiena. Nessuna istituzione, nessuna costituzione possono garantirlo, altrimenti non si spiegherebbe la disoccupazione.  Il lavoro è una NECESSITA’ quasi biologica. Infatti, mentre tutti gli altri esseri viventi agiscono in base a ciò che la natura offre loro e vi si adattano, l’uomo è l’unico essere che produce ciò di cui ha bisogno e, grazie a questa sua innata capacità, egli manipola la natura e la trasforma attraverso un processo dialettico che lo coinvolge e ne determina la coscienza.

Il modo in cui vengono prodotti i beni di sussistenza, i rapporti sociali che vi sono inestricabilmente sottesi, conferiscono al lavoro una qualità che, fatta salva, per così dire, la sua funzione naturale, è conforme alle necessità del transeunte e storico sistema di produzione: è schiavistico, servile, salariato.

Nel sistema attuale, capitalistico, produttore di merci, il lavoro è esso stesso una merce. Speciale, certo, ma una merce. Esso è trattato al Mercato del Lavoro, è soggetto alla concorrenza e, come ogni merce subisce la variazione del suo prezzo a seconda del rapporto fra domanda e offerta. Più numerose e scarne sono le braccia che vi tendono, meno sarà remunerato. Vi sono, come per le altre merci, dei precisi parametri per stabilirne il valore e, su questa base, la convenienza per chi lo acquista.

Il lavoratore, piuttosto che avere il Diritto di lavorare, lavora fintanto che questa sua capacità produce un profitto a chi si appropria del suo valore d’uso e vive in quanto questo rapporto non sia alterato dalle inevitabili fluttuazioni della produzione.

Sfrondato dai funambolismi dialettici e retorici, il lavoro appare nella sua vera natura. Sempre più svalorizzato ed esposto alla concorrenza di un mercato divenuto globale, senza regole e che ha azzerato le conquiste di secoli di lotte per migliori condizioni di vita.

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