Articoli

Qualcuno canta: parole, parole, parole a Salvini

Salvini ieri in Calabria. A Limbadi provincia di Vibo Valentia. La presenza è motivata da un gesto simbolico tanto forte quanto culturalmente importante: la restituzione alla comunità di una villa confiscata al clan Mancuso .
Dopo farraginosi giri burocratici, dopo intoppi e blocchi dovuti a una prima gara andata deserta, dopo le vicende giudiziarie che videro coinvolta l’associazione nazionale” Riferimenti” di Adriana Musella prima assegnataria del bene, la villa adesso ha un nuovo assegnatario: l’organizzazione di volontariato “San Benedetto Abate” di Cetraro, guidata da don Ennio Stamile, responsabile regionale di Libera.
L’Associazione si occuperà di dare corso all’interno della struttura confiscata alla formazione dei dipendenti della pubblica amministrazione sulla normativa anticorruzione.
Nascerà una “Università della ricerca, della memoria e dell’impegno”.

Il centro sarà intitolato alla studentessa di Firenze Rossella Casini vittima di lupara bianca, scomparsa a Palmi nel 1981 e il cui cadavere non fu mai ritrovato.
Giunge il ministro, ebbro di compiaciuto orgoglio.
Sacrosanto. Comprensibile. Giusto.
Un bene di mafia torna alla collettività. La semplicità di un concetto che alle latitudini calabresi diviene impresa epica, eroismo di uno Stato che necessita di episodiche manifestazioni per asserire ancora: Io Esisto!

Il salvinismo,ormai, ci ha abituati a slogan e cifre.
Laddove il berlusconismo offriva panem et circenses per distrarre dalle famosissime leggi ad personam, la nuova corrente filosofico/politica salvinista fautrice di propaganda ad effetto, sciorina cifre in pillole che si trasformano presto in supposte. Trecento uomini in divisa saranno inviati in Calabria per” reprimere il fenomeno mafioso”. Questa l’estemporanea dichiarazione del ministro.
Sanno bene i magistrati impegnati in prima linea nella lotta alla ‘ndrangheta che neppure l’esercito per le strade ha mai impaurito il dominio del male.
Sanno bene i cittadini, quelli non offuscati mentalmente da slogan pubblicitari miracolistici, che ” reprimere” è il verbo dell’impotenza di uno Stato incapace di ” prevenire, curare, educare al bello e alla legalità”.
Sanno bene gli operatori del diritto che non è la convocazione del Comitato per l’ordine e la sicurezza che probabilmente a ferragosto vedrà di nuovo in Calabria il capo del Viminale, la soluzione ai problemi atavici dei loro uffici perennemente sotto organico, sotto dotazioni di uomini e mezzi.
Sanno bene i testimoni di giustizia non ascoltati in questo giro veloce dal ministro che il riscatto passa anche dal loro sacrificio. Delusi da un atteggiamento che hanno interpretato come di disinteresse alle loro sorti in favore della mediatica resa del conferimento delle chiavi della villa al sacerdote responsabile di Libera.
Lo sa bene Sara Scarpulla, madre di Matteo Vinci il giovane biologo assassinato dalla ‘ndrangheta l ‘anno scorso il cui corpo è stato dilaniato da una bomba collocata sotto l’ auto. Ella da tempo chiede protezione contro le mai cessate angherie dei Mancuso presunti colpevoli dell’omicidio del figlio. Maria si è collocata di fronte al Municipio per attendere il ministro, ha dovuto sgomitare pur di parlargli con chi invocava un selfie o una stretta di mano col leader del Carroccio.
Lo sa l’uomo che in mezzo agli inneggianti salvinisti appartenenti per la maggior parte ai circoli leghisti del vibobese, ha cantato ben intonato, come avrebbe rilevato lo stesso ministro rivolgendosi a lui ironicamente: ” Parole,parole, parole”prima di essere silenziato da una pacca gentile di un funzionario dell’ordine pubblico.

In quel ritornello sta racchiuso il senso di smarrimento di un popolo che ha perso i riferimenti. Un popolo che ha confuso il ” fuoco di un cerino” per il ” sole che non ha”.
Un popolo rabbiosamente conscio che il suo suolo sarà ancora una volta terra di scempio e di conquista, di propaganda, di polvere rigorosamente nascosta sotto il tappeto.
Finché i proclami saranno il substrato della lotta da parte dello Stato nei confronti delle mafie, queste ringrazieranno e, subdolamente, proseguiranno nella loro catechesi, conversione e proselitismo capaci di travalicare gli stretti confini regionali.
E l’attecchimento della mala pianta al nord è ormai un dato incontrovertibile e giudizialmente acclarato.
Una modificazione genetica della tanto pubblicizzata purezza etica padana, compiuta grazie a un antico detto latino: pecunia non olet.
È tempo quindi di eroi?
In questa nazione l’ eroismo non ha pagato mai. Episodico, occasionale. Una meteora a lasciare una scia temporanea, presto sopita, spenta, scemata nell’oblio o, peggio, dimenticata.
E ogni passerella rievocativa ne fa oltraggio ogni volta che le istituzioni non hanno il coraggio di sostituire la pubblicità con modifiche strutturali della società.

È tempo di uomini comuni. Padri e madri di questo tempo. Che non sanno cosa scegliere per i loro figli, chi scegliere e quando scegliere.
Non è più il tempo delle cattedrali, delle parole, dei verbi coniugati al futuro e sempre più procrastinati. È il tempo di vivere con impegno il presente. ” Rivendicare”
“1 Vendicare di nuovo
2 estens. Affermare solennemente un diritto, un principio morale ingiustamente negato: r. il diritto alla libertà di opinione; r. migliori condizioni di lavoro
3 Attribuire a sé la paternità di un’azione, di un gesto, spec. di pubblica risonanza.
4 Far riacquistare lottando.
5 DIR Richiedere mediante azione legale il riconoscimento di un diritto o la restituzione di un bene”(cfr La Repubblica) “

In un verbo quanti significati. Il verbo dei cittadini quando, pur senza essere eroi, chiedono uniti: Diritti e non questuano Favori!

Condividi su: