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Regione Calabria e Politica a ridosso delle imminenti elezioni regionali

(Felicemente) falliti i tentativi del centro-destra e (più recentemente) quelli del Partito democratico (a guida renziana) di “mettere le mani” sulla Costituzione – gli uni e gli altri bloccati da una convinta partecipazione referendaria del corpo elettorale – per le regioni non risulta ancora conclusa la stagione delle imboscate da parte delle maggioranze di governo di turno (talora con la partecipazione espressa o solo tacita delle stesse forze politiche regionali). Attualmente, come sappiamo, è il turno degli attacchi da parte della destra populista di governo (Salvini), il cui mancato contrasto da parte dell’altro partner di governo (Di Maio e il suo Movimento), con tutti i dubbi che ragionevolmente si possono nutrire rispetto alle gravi insipienze politiche, determinerebbe il rischio non astratto di una rottura del principio unitario del Paese e con esso della solidarietà inter-regionale e della eguaglianza fra i cittadini. Una situazione assolutamente inedita e allarmante per il Paese a soli 160 anni (più o meno) dalla realizzazione della Unità d’Italia!

(Se non ci si fascia la testa prima di essersela rotta), il superamento di tale (più che evidente) rischio pare ora strettamente connesso alla determinazione politica e alla chiarezza di idee dell’opposizione (PD di Zingaretti) ma anche dello stesso Movimento 5 Stelle (dopo il salutare bagno di democrazia … e di realismo delle recenti elezioni europee). Pur risultando necessario richiamare tutti i limiti politici della prima delle due forze politiche appena richiamate per non aver saputo contrastare le ambigue richieste di ‘autonomia differenziata’ provenienti dalla Regione Emilia Romagna (a guida PD), i rischi più evidenti, naturalmente, si ricollegano ad eventuali ripensamenti politici dopo la recente bocciatura elettorale nelle elezioni europee (ovvero anche a negoziazioni opportunistiche a livello intergovernativo) da parte del leader del Movimento 5 Stelle. Un simile arretramento politico, realisticamente, faciliterebbe il rischio di decisioni autocratiche di Salvini e della (più ampia) componente del regionalismo (fiscalmente) ricco del Paese (quello veneto, quello lombardo e quello emiliano, che da più tempo sta mordendo il freno per conseguire dalla maggioranza di governo l’atteso varo del ‘federalismo differenziato’).

È da questa premessa obbligata che deve muovere l’analisi e l’impegno della cultura e della partecipazione politica (e civica) nelle imminenti elezioni regionali, senza girare la testa dall’altra parte (come si dice in una nota metafora) e ipotizzando che le attuali forze politiche regionali siano nelle condizioni (culturali e politiche) di accennare la benché minima resistenza (politica, istituzionale, culturale). Invero, la questione è più grave quando si rifletta al fatto che il partito di Salvini sta accrescendo il suo consenso nelle regioni meridionali e nella stessa Calabria, imponendo a tutti uno sforzo di dialogo e di ragionamento per evitare che almeno questa ultima contraddizione politica possa essere risparmiata ad una Regione che ha registrato fin troppi problemi, unitamente al disinteresse dei governi di turno a farsene carico.

Poiché le bozze legislative del cd ‘federalismo differenziato’ devono essere adottate a maggioranza assoluta dei componenti le Camere, sulla base di intesa fra lo Stato e le Regioni interessate, appare di tutta evidenza come un dibattito pubblico nelle regioni (e con le forze politiche che si candidano a governarla) debba finalmente avviarsi relativamente alla sostenibilità di una simile strategia politico-istituzionale. Rispetto ad un simile quadro problematico, nessuno può restare in silenzio: non le forze dell’attuale maggioranza politica, non quelle che si ipotizza potranno sostituirla nell’alto compito di governo della Regione.

Non vogliamo in questa breve nota rendere il discorso più complesso di quanto esso non sia già. Tuttavia, può già dirsi che le bozze (al momento disponibili) su tale strategia disegnano scenari assolutamente problematici quando si consideri come tali limiti non erano conosciuti dallo stesso cd ‘federalismo fiscale’, disegnato da Calderoli (n. 42/2019), con la stessa partecipazione della opposizione del tempo. Per dirla in termini molto essenziali, quella legge, con le sue poche luci e le sue molte ombre, si faceva comunque carico di tutelare i ‘livelli essenziali delle prestazioni in materia di diritti civili e sociali’ (si pensi in particolare ai fondamentalissimi diritti alla salute, all’assistenza sociale e alla istruzione). Rispetto ai profili di protezione costituzionale dei diritti fondamentali, pertanto, è da dire che quella legge risultava piuttosto rispettosa delle previsioni costituzionali. Tuttavia, rilevava già allora il limite di una non realizzata perequazione finanziaria. Un limite – quest’ultimo – che oggi viene aggravato e reso palese nel più recente indirizzo di riforma voluto dalle tre regioni (Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna) impegnate nel progetto attuativo del regionalismo differenziato.

Ciò che nella legge Calderoli (n. 42/2019) non era né previsto né garantito – il che ne determinava un insuperabile vizio di legittimità costituzionale – riguardava in particolare la scopertura finanziaria delle “rimanenti funzioni dei Comuni, delle Province, delle Città metropolitane e delle Regioni”, che nessuna legislazione avrebbe potuto sottrarre  alla  relativa ‘integrale copertura’ con risorse pubbliche (per come previsto nell’art. 119.4 Cost., ma come i decreti attuativi di quella legge non sono stati nelle condizioni di attuare).

Ne seguiva che il federalismo fiscale disegnato legislativamente da Calderoli limitava la erogazione delle risorse pubbliche ai soli diritti civili e sociali, lasciando in un cono d’ombra, quindi senza protezione di sorta, le “rimanenti” funzioni (legislative e amministrative) del sistema autonomistico e di quello regionale, che di conseguenza sarebbero ricadute nella sola responsabilità delle Regioni e delle autonomie locali e sulle risorse che tali comunità  sarebbero state chiamate ad assicurare per vedersi garantito un sistema amministrativo degno di questo nome. Questo in breve era lo scenario disegnato dal federalismo fiscale. Garantiti con risorse pubbliche i (soli) diritti fondamentali (civili e sociali), le rimanenti funzioni regionali/locali ricadevano nella responsabilità e nella cura della politica regionale e locale.

 (Tanto ieri, con riguardo al federalismo fiscale, tanto oggi, con riguardo al regionalismo differenziato), così, il tema centrale è rappresentato dall’interrogativo (e dalle relative risposte) sulla compatibilità del nuovo assetto delle competenze regionali risultanti dalla procedura seguita dal cd ‘regionalismo differenziato’ (previsto nell’art. 116.3 Cost.) con la effettività del principio di eguaglianza fra i cittadini e, con esso, della garanzia dei diritti di cittadinanza (unitaria e sociale).

Per non sottacere la lettura che in questa materia ne fa il giurista (e che in buona sostanza lo porta a non valutare con eccessiva preoccupazione un simile indirizzo di riforma), è da dire che, in modo inevitabile, l’attuazione di un simile ‘regionalismo asimmetrico’ nel Paese non potrà che impattare problematicamente con il ruolo cui è chiamata la Corte costituzionale nel vagliare (se chiamata) la conformità di tali misure legislative (o anche soltanto alcune delle stesse) ai principi fondamentali (artt. 1-12) e alle disposizioni della Costituzione. Simili misure nella loro concreta attuazione nel sistema regionale e locale del Paese, per come si è osservato, metterebbero radicalmente in questione – con il principio di unità nazionale – la eguaglianza fra i soggetti (che è una eguaglianza rispetto alla rimozione degli ostacoli che vi si frappongano, secondo l’art. 3.1 Cost., ma è anche una eguaglianza sostanziale, la cui attuazione, secondo una giurisprudenza costituzionale risalente, non ammette diseguaglianza fra i soggetti in ciò che è essenziale per gli stessi, secondo l’art. 3.2 Cost.).

Se dunque, nell’analisi che ne fa il giurista, i rischi per il regionalismo ‘debole’ possono essere evocati ma unitamente alla indifettibile funzione di tutela giurisdizionale che la Corte assicura a tutti, rimane comunque l’interrogativo – soprattutto in una fase storica di turbolenza politica come quella da tempo presente in Italia – sulle capacità che la Corte possa resistere alle eventuali sollecitazioni sovranistiche (e populistiche) che inevitabilmente la potrebbero riguardare, fino a potersi ipotizzare riforme costituzionali nella stessa sua composizione. Già il progetto di revisione costituzionale Renzi/Boschi, come non si può dimenticare, conteneva indicazioni allarmanti rispetto a tale profili, ancorché secondo modalità non pienamente esplicitate. È da auspicare che l’attuale maggioranza di governo non voglia riprendere un simile indirizzo di riforma con riguardo agli stessi organi di garanzia costituzionale. L’esperienza ungherese e quella polacca, d’altra parte, ci dicono come simili progetti, di norma, seguano il rumore e l’inquietudine delle masse, soprattutto quando queste ultime siano agitate da pastori male intenzionati.

E quanto ancora al presente ‘sovranismo’, come non sottolineare come esso evidenzi una vera e propria ignoranza costituzionale, al momento di leggere l’art. 1.1 della Costituzione ma fermandosi alla sola sua prima parte, disdegnando la lettura di ciò che segue immediatamente. È indubbio (ed anzi costituisce motivo di discontinuità con la previgente forma monarchica dello Stato), infatti, che la Costituzione sancisce che “la sovranità appartiene al popolo”, ma immediatamente si aggiunge che il popolo esercita tale sovranità “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Disdegnare da parte del populismo al governo (o di quello mediatico) la lettura dell’intera disposizione costituzionale costituisce – questo sì – un vero è proprio inganno della sovranità popolare. Anche se è da aggiungere che il popolo è costituito da individui adulti e informati (almeno così è potenzialmente), che bene farebbero a “leggere” direttamente il testo costituzionale, atteso che esso costituisce una garanzia per tutti, e che per tale ragione dovrebbe essere conosciuto e difeso.

Per tornare ai temi politici che devono/dovrebbero essere pane quotidiano per chi insegue la valorizzazione del regionalismo del Paese come spazio di partecipazione unitamente alle autonomie locali – e con essa l’auspicato cambio di passo nell’inconcludente governo di questa Regione protrattosi oltre ogni ragionevolezza – deve anche sottolinearsi la ragionevolezza di quell’orientamento che ha sottolineato come, nel fondo, il discorso sul federalismo fiscale (ieri) e quello sul regionalismo asimmetrico (oggi) inizierà a divenire credibile solo quando la maggioranza (di governo) inizierà a misurarsi sul tema “tabelle alla mano” e solo quando (e se) le tabelle dimostreranno per tabulas la loro sostenibilità con la garanzia dei diritti civili e sociali di tutti i cittadini a prescindere dal territorio della loro appartenenza.

D’altra parte, tuttavia, sarebbe sbagliato negare il fascino argomentativo per talune regioni (Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna) nel sottolineare una relazione molto stretta fra decentramento, sussidiarietà delle funzioni pubbliche e modernizzazione amministrativa. Una relazione che assegnava al federalismo fiscale, ieri, e al regionalismo differenziato, oggi, l’idoneità a realizzare una migliore efficienza amministrativa e che oggi fa chiaramente aggio sull’egoismo fiscale di tali territori. Si tratta però, anche in questo caso, di discuterne l’attendibilità a fronte di una forma di Stato che, in ogni caso, pretende che i pubblici poteri (centrali e territoriali) siano ispirati al principio del buon andamento e della imparzialità ma che al contempo pretende egualmente che a tutti cittadini (a prescindere dai territori di residenza) siano assicurati servizi pubblici idonei a garantire i diritti fondamentali (civili e sociali). Quasi per incidens, sul punto, si ricorda come la totalità di tali diritti (con la sola limitazione dei diritti politici, riservati ai cittadini) riguardi i soggetti, le persone, che a qualsiasi titolo risultino presenti sul territorio italiano. Con buona pace per le pretese ‘sovranistiche’ imposte da Salvini alle istituzioni italiane e che inevitabilmente lo hanno portato fin qui e lo porteranno in futuro a scontrarsi con i principi fondamentali in tema di garanzia dello straniero (art. 10 Cost.) e con “le norme di diritto internazionale generalmente riconosciute”.

L’alternativa al criterio della spesa storica nella riorganizzazione del sistema fiscale del Paese in tali testi di riforma (fiscale e regionale) sarebbe quello del fabbisogno del sistema regionale e di quello autonomistico, da valutare in base ad una nuova misurazione dei costi, di tipo standard e non più a piè di lista ovvero di spesa storica. Tuttavia, allo stato della discussione in corso, mancano dati comparativi idonei a supportare giudizi e decisioni (governative e parlamentari). Allo stato, per lo stesso Parlamento, appare perfino incerto il potere di partecipare alla discussione sulla modifica dell’accordo convenuto fra singola Regione e Governo. L’invocata assimilazione con lo strumento delle intese di cui all’art. 8 Cost., con riguardo alla disciplina dei rapporti fra confessioni religiose e Stato, non appare certamente scevra da forte dubbiosità.

A noi pare che lo scenario (ieri) delineato dalla legge Calderoli (sul federalismo fiscale), qualora fosse approdata ad una sua piena vigenza, come oggi quello (Documento Stefani) accolto alla base delle intese fra lo Stato e le tre richiamate Regioni interessate appariva/appare in modo pressoché inevitabile destinato ad una sua riscrittura in senso garantistico da parte della Corte costituzionale. Una simile argomentazione tuttavia non pare nelle corde dell’attuale ceto politico di governo.

Ma se così è, rimane fuori di dubbio che la questione evocata non è una mera questione giuridico-istituzionale (chi fa che cosa); essa è una questione assolutamente politica e forse, nel giro di boa dei 150 anni (e più) di Unità italiana che abbiamo da poco celebrato, quella più politica rispetto alle altre di cui si è discusso (di recente e non) con riguardo alla forma di Stato del Paese nell’ottica della concreta attuazione della Costituzione repubblicana. Tanto per dire che al momento delle imminenti elezioni regionali non possono non rievocarsi le tematiche di fondo dello Stato italiano dopo settanta anni di vigenza costituzionale, che sono tematiche di organizzazione/distribuzione territoriale dei poteri in un’ottica di tipo sussidiario (funzionale alla efficienza e alla efficacia dell’azione amministrativa verso i cittadini), ma sono al contempo tematiche di partecipazione politica al governo di una Regione da troppo tempo non governata.

Eguaglianza fra i cittadini; unità (e indivisibilità della Repubblica); pluralismo politico e territoriale costituiscono in questa ottica un quadro essenziale di principi fondamentali che devono tuttora proporsi come il fulcro del programma politico volto alla discussione democratica e alla raccolta del consenso nelle imminenti elezioni regionali.

La situazione nella quale versa la Regione sotto tale profilo non è certo esaltante; si tratta di chiamare all’appello le persone disponibili a credere che non tutto è perduto e che c’è ancora spazio per la discussione e per la partecipazione politica. In altri termini, non possiamo iniziare, per l’ennesima volta, una lamentosa geremiade, che nessuno potrebbe comprendere se non tocca il cuore del problema – la negazione di ogni principio di eguaglianza fra i cittadini – e, peggio ancora, nessuno potrebbe sostenere! Si tratta di spiegare bene ai cittadini calabresi che abbiamo compreso bene che la maggioranza di governo ci sta ponendo di fronte all’ennesimo tentativo (fattualmente) secessivo fra regioni ricche e regioni povere. Un vero e proprio “regionalismo arlecchino”, che se non è formalmente la ‘secessione dei ricchi’ certamente gli rassomiglia moltissimo. Se lo spiegheremo bene, i cittadini calabresi non ci faranno mancare il loro consenso.

In altri termini, la prossima campagna elettorale regionale se non riesce a veicolare veri e propri motivi ‘risorgimentali’ rischierebbe di tradire nel fondo l’appuntamento con la storia della introduzione del regionalismo nel Paese. Dopo 150 anni e più di unità d’Italia, per le ‘regioni meridionali’ ciò significherebbe dire che stanno perdendo una seconda volta, dopo quanto era già successo storicamente in quel processo di unificazione politica che, non certo a caso, una parte degli storici ha definito ‘piemontesizzazione del Sud”!

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