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Tutto il resto è noia e le mafie ringraziano

pubblicato sul quotidiano online ALGANEWS

Nel silenzio delle valli d’Aspromonte, forse in un passato remotissimo, quando uno Stato non Stato dettava regole incomprensibili e molti dissidenti venivano appellati “briganti”, si poteva chiamare “’ndranghitista” l’uomo saggio che, salomonicamente sostituiva una Legge lontana, avulsa dalla realtà, straniera, imposta dopo avere sottratto, violato, profanato terre e uomini.
Infatti, il termine ‘ndrangheta sebbene abbia un’etimologia incerta, fa derivare il significato da ‘ndrànghitu, cioè “uomo valente”, dal greco ἀνδραγαϑία “valore individuale, capacità personale”.(Dizionario Treccani; ndr.).

OGGI NO …
Oggi ‘ndrangheta è solo malaffare, uomo d’onore è il criminale spietato dinanzi al quale si china il capo solo per paura, MAI PER RISPETTO.
Ed è una organizzazione criminale non più da “coppola e lupara”, è un brand, un marchio commerciale che ha fatto il suo salto di qualità, divenendo la “Santa”, quella unione solida fra ‘ndranghitisti e colletti bianchi, la zona grigia della società che si è lasciata infettare, sedurre, lusingare dai subdoli approcci mafiosi.

Pecunia non olet.

E il tanfo di morte è stato stemperato dal profumo del successo e delle carriere facili e luminose.
Ma ciò che rende potente la ‘ndrangheta rispetto alle altre consorterie criminali sono i legami di sangue, la “famiglia” substrato e colonna portante, punto di forza, tribunale e spietato focolaio di vendette e condanne.
Lo scrittore Corrado Alvaro, scrivendo della Calabria ebbe a dire: «La famiglia è la sua colonna vertebrale, l’alveo del suo genio, il suo dramma e la sua poesia».
Applicando la stessa visione alla ‘ndrangheta si comprende come l’appartenenza alla famiglia oltre che un vincolo di sangue sia anche un onere morale, indissolubile, imperituro.

Da esso se ne esce solo con la morte.

Ecco perché l’importanza, anche sociologica per le giovani leve, dei rituali, dei giuramenti.
La sacralità dell’impegno a servire la “famiglia”, a onorarne il nome in ogni modo, anche compiendo efferati delitti in nome di un dio terreno che chiamasi “boss” e che per altare ha un codice che stride con ogni etica, morale, legge del civico consesso.
Si impara il terribile mestiere di uccidere che richiede freddezza e anaffettività.
E’ una scuola terribile quella che educa alla morte, alla socializzazione a diventare non-persone, alla violenza come forma di indifferenza per l’altro.
Non-persone che acquistano una perfetta capacità professionale ad eliminare altre persone.

«Aundi tagghi, tagghi, scula ‘ndrina … ovunque tagli, tagli, gocciola ‘ndrangheta, recita un vecchio adagio.» (Nicola Gratteri; ndr.)

E, in questi tagli è contemplata, come rituale atavico e imprescindibile, la vendetta.
«Quella delle origini dell’uomo, quella che si estrinseca nella legge del più forte. È quella che, in antropologia, viene chiamata “cultura dell’onore”, quella che Hobbes chiama “stato di natura”, una società che spinge i forti ad avere la vendetta facile davanti agli sgarri, per dissuasione, e che non si preoccupa della difesa dei deboli.» (cfr. Anna Momigliano, rivista Studio)
Quella che non consente il tradimento, la delazione. E promette. E attende. E, nelle falle di un sistema di legalità, arriva.
Puntuale, precisa, metodica, con una sua liturgia e il macabro gusto della Memoria, dell’insegnamento, del monito attraverso il ricordo.
Agli inizi del suo insediamento il Ministro degli Interni aveva fatto affermazioni perentorie: «Se qualche mafioso rialza la testa, giù mazzate, perché mafia, ‘ndrangheta, camorra sono merda e finché sarò ministro dell’Interno e mi occuperò di pubblica sicurezza li inseguirò via per via, quartiere per quartiere, palazzo per palazzo, ma non a chiacchiere, ma arrestando e sequestrando, mettendo più uomini delle forze dell’ordine, e dotandoli di più soldi e mezzi.»
Era la prova del fuoco questa.
I proclami non spaventano la ‘ndrangheta.
Poi tutto tacque …

«La ‘ndrangheta è arrivata al nord, ma sicuramente qualcuno, in questi anni, gli ha aperto la porta!» (Nicola Gratteri; ndr.)

Dichiarazione chiara, esaustiva del Procuratore Capo di Catanzaro rilasciata in una intervista a “Il Fatto Quotidiano” di qualche anno fa.
Era la disamina attenta di un fenomeno che, ritenuto erroneamente circoscritto alle “latitudini” calabresi, era stato sottovalutato e lo stesso subdolamente, aveva attecchito profondamente in un terreno fertile, con un humus non avvezzo alle tecniche di invasione tipiche delle famiglie di ‘ndrina.
Così l’apparato criminale più potente in Italia, si era propagato, inquinando con la logica del potere e le lusinghe del denaro, non più con la coppola o la lupara, un tessuto sociale impreparato ad affrontarlo. E lo aveva fagocitato, facendo divenire organici all’esercito di ‘ndranghitisti, nella qualità di nuovi adepti, insospettabili colletti bianchi, professionisti, imprenditori, uomini dello Stato, oltre alla manovalanza spicciola ricattabile con denaro facile o con la droga.
E gli anni recenti sono stati spettatori di importanti processi di mafia o ‘ndrangheta celebrati in luoghi di commissione del reato che non erano più le impervie montagne dell’Aspromonte o le vallate nere di lava siciliana.
Non era Corleone.
Non era San Luca.
ERA MILANO.
ERA REGGIO EMILIA.
ERA BOLOGNA.

Davvero i tentacoli, mossi da vita propria, seguivano l’odore del denaro. Un olezzo che portava lontano dalla Calabria e faceva radicare genti e tradizioni a oltre mille km di distanza dal luogo in cui usanze, legami, segreti erano nati.
Così l’eterno gioco delle guardie e dei ladri spostò il suo palcoscenico oltre il Tevere. “Alea iacta est”, sussurrò, probabilmente, il primo ‘ndranghitista che passò il Rubicone ideale spostando a Nord il suo centro di affari.
Poi, quando un magistrato come Gratteri che in poco tempo ha rivoluzionato persino la Procura di Catanzaro, dichiara: «Sono entrato in magistratura dal 1986 e sto ancora aspettando un governo che ritenga di fare una guerra totale alle mafie. La storia mi ha insegnato finora che chiunque è stato al potere non ha voluto un sistema giudiziario forte.» ci si sente davvero rabbiosamente frustrati. Nicola Gratteri alla trasmissione Circo Massimo su Radio Capital ha ribadito due giorni fa: «Un sistema giudiziario forte, vuol dire controllare il manovratore. E il manovratore non vuole essere controllato. Parlo di arginare il fenomeno mafioso nel rispetto della Costituzione. Con un sistema giudiziario diverso da quello attuale è possibile in dieci anni abbattere l’80% delle mafie, ma sarei prudente a parlare di sconfitta delle mafie. Sa perché? Perché in ognuno di noi c’è l’1% di mafiosità, nei nostri comportamenti quotidiani, nelle nostre reazioni. Pensateci.»

Quindi ho scoperto che lo Stato, quello delle passerelle, delle corone alle commemorazioni, delle parole intrise di retorica non VUOLE in realtà combattere le mafie.
E LO SI COMPRESE già quando un Presidente della Repubblica rifiutò il nome del Procuratore fra i papabili al Ministero della Giustizia.
LO SI COMPRESE quando nel decreto sicurezza è stata prevista la possibilità della vendita all’asta dei beni confiscati dimenticando che esiste la figura dei cosiddetti “prestanome”.
LO SI COMPRESE quando l’emendamento al decreto anticorruzione ancorato alla legge di bilancio, previde l’affidamento diretto per appalti di importo fino a150 mila euro.
La previsione normativa ha allarmato gli esperti del settore, “Autority Anticorruzione” in primis. Il timore degli addetti ai lavori era che l’affidamento di lavori pubblici senza gara poteva sicuramente comportare il rischio non peregrino di selezioni basate su criteri poco trasparenti, il rischio di infiltrazioni mafiose nella gestione degli appalti, le difficoltà di un controllo atto a scongiurare l’aggiramento delle norme anticorruzione.
LO SI È COMPRESO quando a uno studio approfondito inerente la materia, si è preferito indossare felpe di questa o quella polizia dimenticando la valenza di un antico detto: l’abito non fa il monaco.
LO SI È COMPRESO quando la campagna elettorale costante atta a soddisfare l’ego personale dei “leaderini”, ha offuscato ogni altra priorità. Quando le sanzioni disciplinari alle professoresse divengono l’obiettivo primario del Ministro della Cultura piuttosto che liberare i programmi dalla insulsa invalserizzazione che impedendo lo sviluppo del senso critico impedisce agli uomini del futuro di smarcarsi dal ricatto mafioso.
LO SI È COMPRESO quando “l’oltraggio del salvataggio di 40 vite umane a bordo di una nave di una ONG” diviene il “problema principe” di uno Stato che ha cancellato con le parole di un suo rappresentante istituzionale secoli di Diritto che i Romani regalarono al mondo.
LO SI È COMPRESO quando ancora una volta lo “esempio” è solo una vuota parola e non un comportamento cui è tenuto chi ci rappresenta.
Dov’è la credibilità nella lotta a chi distrae interi patrimoni, a chi muove denaro sporco, se chi dichiara di volere combattuto questo sistema parla a nome di un partito che ha rateizzato con lo Stato italiano la restituzione di ben 49 milioni di euro sottratti illecitamente?

Cui prodest una continua chiacchiera da cortile?

Nessuna ingenuità in una guerra senza quartiere.
I tentacoli del nemico sanno subdolamente insinuarsi in ogni antro, fessura, crepa accidentale o no, che lo Stato rende visibile o accessibile.
Profetiche apparivano ai non addetti ai lavori le parole pronunciate da Giovanni Falcone in uno sfogo dal quale emergeva tutta la desolante solitudine in cui operava chi aveva l’ardire di violare gli altari della mafia: «Quadro realistico dell’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata: emotivo, episodico, fluttuante. Motivato solo dall’impressione suscitata da un dato crimine o dall’effetto che una particolare iniziativa governativa può esercitare sull’opinione pubblica.» (Giovanni Falcone; ndr.).

Poi … tutto il resto è noia!
Noia di ritornelli triti.
Noia di paludi torbide dove sguazza il malaffare.
Noia di cani che abbaiano senza mordere … mentre la ‘ndrangheta, ringrazia … saluta … si espande ed attecchisce.
Le ricette per combatterla ci sono: CULTURA, LAVORO e DOTAZIONI ORGANICHE.
Antiche e Nuove.
Ma si preferiscono i selfie con pane e nutella, le dirette Facebook coi gabbiani da accusare in mancanza di capri espiatori immediati e i comunicati in cui si dice: «porti chiusi!»

Tutto il resto … È NOIA.

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