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Una storia vecchia quanto l’unità d’Italia

La questione del decentramento delle funzioni dello Stato e delle autonomie territoriali in Italia non è certo nuova e non è stata posta all’attenzione per la prima volta dalla Lega Nord nei suoi primi anni di giovanile furore secessionista. Accantonata per molti anni, era stata ben presente nel dibattito che aveva accompagnato i primi passi della nascita dello stato italiano centrato su Torino e sulla dinastia sabauda.

Propugnato dai moderati, l’accentramento era, al contrario, fortemente osteggiato dai democratici. Mazzini riteneva che per assicurare la partecipazione attiva dei cittadini alla vita del nuovo Stato si dovesse garantire l’autonomia dei comuni e delle regioni e Cattaneo vedeva nelle autonomie locali l’unico modo per evitare di soffocare la vita delle città italiane. Neppure si dovevano distruggere gli ordinamenti legislativi e amministrativi degli stati pre-unitari perché questi rispondevano a esigenze e tradizioni diverse. Fra gli intellettuali meridionali, di fede non cavourriana, era diffusa l’opinione che sarebbe stato necessario mantenere in vita un centro direzionale per l’intero Mezzogiorno continentale. La tesi autonomista poteva contare, tra gli altri, su Giovanni Manna, Giacomo Savarese, Antonio Mordini, Luigi Dragonetti, Giuseppe Vacca, Enrico Cenni.

Le richieste di autonomia erano sostenute anche da uomini di governo come il bolognese Marco Minghetti che il 13 marzo 1861, nel giorno della resa della Cittadella di Messina, in una delle prime sedute del parlamento nazionale, aveva presentato alla Camera quattro progetti di legge che disegnavano l’ordinamento amministrativo del nuovo Regno ripartendolo in regioni. La proposta di legge passò poi all’esame di una commissione composta da ventisei deputati, fra la fine di aprile e l’inizio di maggio, ma neppure i membri meridionali della commissione si dichiararono a favore. L’abruzzese Silvestro Leopardi sostenne che i Meridionali preferivano dipendere dalla nuova capitale piuttosto che da Napoli e il napoletano Carlo Poerio sostenne la necessità di dare forza alla Nazione contro i pericoli che ne insidiavano l’unità. In conclusione, il 18 maggio la commissione bocciò l’istituzione delle regioni e il dibattito sulle leggi Minghetti, inizialmente sospeso il 17 luglio 1861, non fu più riaperto. I moderati cavourriani avevano avuto la meglio.

Oggi possiamo dire che il rigido accentramento delle funzioni e delle politiche statali non giovò al Mezzogiorno. Le stime più recenti, pur con i margini di errore dovuti all’incertezza e all’incompletezza dei dati disponibili, indicano che all’Unità le due Italie partirono alla pari, egualmente povere, anzi poverissime rispetto alle nazioni più sviluppate dell’epoca. Il divario è cresciuto nel tempo ed è andato sempre aumentando, per accelerare durante gli anni della prima industrializzazione che si fece a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento con la fine della politica economica liberista che in trent’anni aveva distrutto quel che che restava dell’industria meridionale. Gli investimenti furono concentrati nel Nord Ovest e la nuova politica economica, nel frattempo divenuta protezionista, si rivelò tutta a danno dell’agricoltura, in particolare del Mezzogiorno. I capitali necessari vennero anche dalle rimesse degli emigranti, che erano in maggior parte delle regioni del Sud. Pagammo un prezzo molto alto ma l’Italia uscì dalla lunghissima stagnazione economica, in cui era caduta alla fine del Cinquecento dopo essere stata la nazione più ricca al mondo, e divenne un moderno paese industriale. Lo stesso Nitti, pur denunciando il sacrificio del Mezzogiorno, ammetteva che quella dell’industrializzazione era stata una scelta obbligata. Nessun revanscismo era possibile, anche perché a quelle decisioni avevano preso parte, non di rado in prima fila, anche gli esponenti del mondo politico ed economico meridionale dell’epoca. Con il fascismo, che concentrò ancor più a nord l’industria necessaria allo sforzo bellico, il reddito pro-capite di un meridionale alla fine della seconda guerra mondiale precipitò a poco più della metà di quello di un italiano del Centro-Nord. Più o meno quello che vale oggi.

Tornare a parlare di autonomia regionale o di autonomia differenziata può perciò suonare come una beffa per il Mezzogiorno tanto più in quanto le richieste avanzate dalle regioni Veneto e Lombardia, in particolare, sembrano configurare una secessione dei furbi oltre che dei ricchi (v. oltre La secessione dei furbi).

Anche se beffarda, la richiesta di maggiore autonomia che viene dalle regioni più ricche d’Italia non può tuttavia essere così sbrigativamente elusa. Per Silvio Gambino un “vero e proprio Stato federale del Mezzogiorno” – che coinciderebbe più o meno con l’ambito territoriale dell’antico regno delle Due Sicilie, dall’Abruzzo fino alla Sicilia, inclusi i territori scorporati del basso Lazio – in un quadro costituzionale autenticamente federalista, porterebbe a conclusione le riflessioni di grandi meridionalisti, come Dorso e Salvemini. Sarebbe superato l’attuale regionalismo “che ha frammentato la questione meridionale, favorendo la formazione di clientele locali e perdendo di vista l’unità del problema”, in favore di un “governo del Mezzogiorno come soggetto politico unitario”, potenzialmente in grado di sviluppare meglio e meglio affrontare le grandi questioni politiche ed economiche. Questo percorso istituzionale, ancora secondo Gambino, potrebbe accompagnare il necessario ricambio della classe politica meridionale, favorendo la formazione di un nuovo ceto politico (Silvio Gambino, Unità d’Italia e identità nazionale. L’esperienza italiana fra storia e attualità costituzionale).

Una riflessione che oggi appare ancor più attuale e deve essere accompagnata dal rilancio urgente degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, oggi appena il 22% del totale su base nazionale. La legge di conversione del decreto cosiddetto Mezzogiorno di fine 2016 (DL del 29 dicembre 2016 n. 243 convertito nella legge n. 18 del 27 febbraio 2017) ha sancito l’obbligo di riservare al Mezzogiorno un volume complessivo di stanziamenti ordinari in conto capitale proporzionale alla popolazione di riferimento. Quindi, dati Istat alla mano, una quota di almeno il 34%. Secondo la Svimez una misura di questo tipo, se attivata negli anni passati, avrebbe consentito di dimezzare la perdita del PIL meridionale e di salvare trecentomila posti di lavoro. C’è però un precedente che non lascia ben sperare. Già la legge 1 marzo 1986 n. 64 aveva fatto fatto obbligo alle Amministrazioni dello Stato di riservare al Mezzogiorno una quota non inferiore al 40% delle somme complessive per investimento ma i soggetti interessati si sono sottratti persino agli obblighi di semplice natura informativa.

Manca la coscienza dell’importanza e dell’utilità generale di queste misure. Nel dopoguerra la consapevolezza maturata con Dorso e in Gramsci che il Sud andasse risarcito della “conquista regia” portò a politiche attive per lo sviluppo del Mezzogiorno. Nel ventennio 1953-73 il PIL pro-capite nel Sud raggiunse il 60% di quello del Centro Nord. Non solo si ebbe l’avvio della modernizzazione delle regioni meridionali ma anche, e forse soprattutto, il potenziamento dell’economia del Nord perché gli effetti moltiplicativi della spesa pubblica si manifestarono soprattutto nel Centro-Nord dove era concentrato l’apparato produttivo in grado di soddisfare la domanda di beni e di servizi richiesta dall’intervento straordinario. Le principali beneficiarie delle commesse e degli appalti pubblici furono le industrie settentrionali; il miracolo economico italiano è esso stesso frutto della politica meridionalista avviata nel dopoguerra. Così, alla fine degli anni ’70 il reddito medio degli Italiani era analogo a quello degli Inglesi e solo del 10% inferiore a quello dei Tedeschi o dei Francesi. La storia dovrebbe ammonirci sul fallimento delle politiche economiche di stampo liberista instaurate nell’ultimo quarto di secolo. Esse non solo hanno fatto ulteriormente crescere il divario economico tra le regioni ricche e quelle povere, hanno anche incrementato, all’interno delle stesse regioni. il gap tra individui ricchi e individui poveri, acuendo il contrasto proprio in quelle meridionali.

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